Un mondo "diverso"

L'ebreo, l'omosessuale e la donna tra stereotipo e valorizzazione cinematografica. Parte I - Introduzione - Articolo di Maria Ferragatta e Orazio Paggi.

I postulati ugualitari dell’illuminismo borghese sono naufragati: non basta l’uguaglianza formale davanti alla legge a cancellare l’effettiva disuguaglianza materiale nelle prospettive di vita e nell’accettazione sociale. Questa è la premessa da cui parte Hans Mayer nel saggio “I diversi”1 per individuare tre categorie della diversità particolarmente radicate nella nostra civiltà: la diversità ebrea, quella omosessuale e quella femminile.
“Di fronte ai diversi finora l’illuminismo è fallito”2, perché il diverso resta l’alieno, il mostro, il non conciliabile né omologabile. Mayer, però, non si limita a farne una questione astratta e ideologica riferita a una generica umanità sofferente. Mette il dito nelle piaghe interiori dei singoli diversi attraverso le configurazioni che hanno assunto nella cultura, spaziando dall’invenzione letteraria alla religione, dal mito alla realtà storica. Sfilano, in una carrellata di tensioni irrisolte e drammi intimi, lo Shylock shakespeariano e l’Ebreo errante, Verlaine, Rimbaud e Oscar Wilde, Hedda Gabler e George Sand.
La diversità, reale o letteraria che sia, non è comunque uguale per tutti. Faust, Don Chisciotte, Amleto e Giovanna D’Arco sono estranei, per elezione o per scelta, all’interno della comunità esistente. “Non sono stati condannati da un altro ceto, strutturalmente e ideologicamente avverso, ma dai loro simili”3. Essi rappresentano “un superamento immediato o mediato dei limiti”4. Sono, come i melanconici e i misantropi, diversi intenzionali, che volontariamente si allontanano o si isolano dalla società.
Ma il superamento dei confini, l’isolamento, possono anche essere imposti dalla nascita: dalla provenienza, dalla particolare costituzione psicofisica, dal sesso. In questi “oltreconfine nati” la diversità di natura sembra opporsi a ogni istanza ugualitaria. Si tratta di una precisa conseguenza della società borghese del XIX e XX secolo, non solo perché la concorrenza economica presuppone disuguaglianza, ma soprattutto perché la vecchia gerarchia feudale doveva essere sostituita da una nuova gerarchia borghese, che su tale disuguaglianza economica si fonda, a dispetto di una parità giuridica universale “di facciata”. Nascono così i diversi del nostro tempo: l’ebreo, la cui integrazione ed emancipazione viene osteggiata in tutti i modi, l’omosessuale, reo fra l’altro di non concorrere alla catena delle nascite indispensabile alla crescita economica, la donna, schiava perennemente dipendente e quindi necessariamente sottomessa, a cui è preclusa la possibilità di guadagnare denaro.
Le tre categorie individuate da Mayer sono ben presenti anche nel cinema, che se da un lato, in seguito al progresso sociale e all’evolversi dei costumi, ha spezzato una lancia in loro favore, dall’altro le ha ulteriormente ghettizzate attraverso stereotipi ricorrenti. La procedura non è nuova, come insegna la rappresentazione filmica degli ebrei, conseguenza diretta di un atteggiamento culturale antico. Nei secoli scorsi la letteratura ha connotato molto spesso l’ebreo con una tipizzazione negativa nonché priva di fondamento storico.

(1 - segue)

Da “l’impegno”, a. XXIV, n. 2, dicembre 2004
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l’utilizzo solo citando la fonte.







Note

1 Hans Mayer, I diversi, Milano, Garzanti, 1977.
2 Idem, p. 9.
3 Idem, p. 12.
4 Ibidem.

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Pubblicato il domenica 04 maggio 2008 in: Articoli

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