Quale delle seguenti affermazioni vi trova maggiormente d'accordo?
A cura di Heiko H. Caimi
Pubblicato il 04/05/2008
L'ebreo, l'omosessuale e la donna tra stereotipo e valorizzazione cinematografica. Parte III - L'omosessuale - Articolo di Maria Ferragatta e Orazio Paggi.
Altro "paria" della società che occupa un posto particolare nella cultura è l'omosessuale. Negli ultimi anni l'atteggiamento del cinema nei suoi confronti è decisamente mutato. Il gay non è più visto secondo determinati cliché, codificati da una lunga quanto assurda mentalità sociale, che riproducono immagini stereotipate tali da suscitare risatine o pietismo a buon mercato. Ora la tendenza è di rappresentare la sua diversità come normalità e quindi di cogliere l'omosessuale nella sua quotidianità, sottolineando come essa non si discosti affatto da quella eterosessuale. Due uomini o due donne che si amano, gioiscono, piangono, soffrono nello stesso modo delle coppie etero; sullo schermo strutturalmente abbiamo una medesima storia d'amore. Basti pensare al triangolo gay proposto da Pedro Almodóvar ne "La legge del desiderio" (1987), dove il desiderare e l'essere desiderato è uno schema universale, che non ha più niente a che vedere con la preferenza sessuale.
Questo sforzo di normalizzazione rischia però in ogni momento di debordare in un'estetica gay che se da una parte vuole uscire dalla vecchia categorizzazione del diverso, dall'altra finisce per attribuire all'omosessuale nuove etichette facilmente riconoscibili dal pubblico. Il fatto stesso che il cinema gay sia ormai considerato "un genere cinematograficoa sé stante"11, come sostiene Roberto Schinardi, la dice lunga sulla riaffermazione indiretta di una diversità che si vorrebbe al contrario annullare. Se nel passato il gay non aveva spazio come protagonista sul grande schermo ed era relegato a ruoli secondari di sissy - l'effeminato simbolo di debolezza e di inferiorità sociale - esce adesso dalla marginalità e diventa sempre più spesso il personaggio principale del plot narrativo. Fin qui nulla da eccepire, anzi non si può che essere soddisfatti della proliferazione di film a tematica omosessuale di questi ultimi tempi, che hanno rotto un tabù durato quasi un secolo. Il problema è che, nel momento dell'appropriazione dello schermo, si è preferito accantonare le vere problematiche gay, discostarsi dalla realtà, dalla denuncia, e offrire invece modelli omo prodotti in serie, in confezione patinata, soprattutto per strizzare l'occhio al pubblico etero, che ha in effetti gradito quasi sempre questa operazione. Ne viene fuori una struttura ripetitiva, che ricicla quella classica di stampo hollywoodiano, riassumibile nella formula "belli, ricchi e famosi".
In buona parte della produzione a tematica gay degli ultimi vent'anni domina una middle class benestante e raffinata, che sembra dirci che questa è la migliore delle società possibili. In "Philadelphia" (1993) di Jonathan Demme Tom Hanks è un avvocato di successo, in "Making Love" (1982) di Arthur Hiller, uno dei primi film a voler mostrare gli omosessuali non più come dei "pervertiti, mostri, grottesche 'regine' urlanti, decoratori d'interni" come dichiarò lo sceneggiatore Barry Sandler12, la storia d'amore si consuma tra un brillante medico e uno scrittore. Per non parlare del campione d'incassi "In & Out" (1997) di Frank Oz, nel quale si ostenta, dietro i toni da commedia, un perbenismo gay che suona falso, ma che piace indubbiamente allo spettatore. D'altra parte ricchezza esibita, ville sontuose e arredamenti kitsch corredano pure il deludente film di John Schlesinger "Sai che c'è di nuovo?" (2000), dove Rupert Everett, nella sua eleganza dandy, risulta poco convincente come giardiniere. E questo solo per citare qualche esempio.
Quel che è curioso è che il cinema gay vira verso la mimesis della classe borghese più agiata (ed eterosessuale, almeno in apparenza), quella che per anni, in nome di un'ortodossia assolutistica fondata sull'istituto familiare e sulla diseguaglianza economica - come puntualizza Mayer13 - ha fustigato l'omosessualità arrivando a negarne l'esistenza o a considerarla una malattia pericolosa per la società intera.
Lo stesso processo di identificazione borghese si può intravedere in un'altra categoria di diversi, i neri d'America, trattati dal cinema in modo violentemente caricaturale e macchiettistico. Nel momento in cui la tipologia del nero come reietto sociale ed intellettualmente deficitario viene meno, se ne crea subito un'altra, quella dell'eroe bello e acculturato, che si batte per la causa della propria gente. Pensiamo ai diversi ruoli interpretati da Sidney Poitier (in modo particolare il classico "Indovina chi viene a cena?" di Stanley Kramer, del 1967) o a Denzel Washington, che nella maggior parte dei casi impersonano modelli sociali indubbiamente invidiabili.
D'altra parte anche in Spike Lee, fautore per certi versi di un cinema di rottura quando rivisita con rabbia e ironia la storia black americana con film come "Malcolm X" (1992) o "Bus in viaggio" (1997), si avverte un'attrazione, più intellettuale che sentimentale, per l'ordine borghese attraverso l'equazione borghesia = denaro, quindi sicurezza.
Tornando alla tematica omosessuale, assistiamo ad un ribaltamento ideologico rispetto alla fine degli anni sessanta: la borghesia, fortemente contestata in quanto radice di ogni male, diventa uno status da acquisire e ostentare. Un imborghesimento che ha portato a una caduta di interesse nei confronti del cinema più militante, sempre più relegato alla produzione documentaristica, di cui vale la pena citare due opere per originalità critica e introspezione storica: "Lo schermo velato" (1995) e "Paragraph" 175 (1999) entrambi di Rob Epstein e Jeffrey Friedman. Nel primo si analizza il difficile rapporto tra cinema e omosessualità, mostrando come negli anni dell'omofobia in regime di Codice Hays (che censurava l'omosessualità sullo schermo), in film famosi e commerciali destinati al grande pubblico si inviassero ugualmente messaggi omo attraverso alcune inquadrature: basti ricordare i celebri sguardi d'intesa tra Charlton Heston e Stephen Boyd in "Ben Hur" (1959) di William Wyler, che sottintendono una probabile storia d'amore adolescenziale tra i due. Nella seconda pellicola si affronta lo spinoso argomento delle persecuzioni degli omosessuali da parte del regime nazista.
Questo non significa che non vi siano registi e film che riescano ad inquadrare in modo corretto e autentico il mondo queer, superando il pregiudizio che il gay va definito solo per la sua sessualità e non per la persona che incarna e per la funzione politica che svolge nella società come ogni altro membro. È in opere come queste che il limite della categorizzazione è infranto, a volte attraverso una lucida critica all'ideologia borghese, a volte invece per esigenze di verità e obiettività. Si pensi ad esempio a "La gatta a due teste" (2002) di Jacques Nolot, già sceneggiatore di André Téchiné che, nel descrivere un cinema porno parigino frequentato da omosessuali e travestiti, racconta senza reticenze né indulgenze le loro esistenze, utilizzando un ritmo lento, caratterizzato da molti piani sequenza, per fotografare analiticamente le diverse situazioni umane. Soprattutto è interessante il rapporto che si instaura tra la cassiera, il giovane proiezionista eterosessuale e un habitué cinquantenne gay. Nei dialoghi tra la donna e quest'ultimo si crea una confidenza, per così dire, di vita, che annulla ogni diversità sessuale, ponendo sullo stesso piano i destini dei due. Emerge una familiarità spontanea, né costruita né calcolata, che diventa progressivamente più intima quando l'omosessuale rivela senza inibizioni di essere sieropositivo. Ognuno insomma è accettato per quello che è e non in nome della sessualità che ostenta.
Saggio di cinema militante è senz'altro "Go Fish - Segui il pesce" (1994) di Rose Troche, che ripercorre le vicende di un gruppo di amiche lesbiche alle prese con problemi sentimentali. Al di là del rigore con cui il film è girato, dalla fotografia in bianco nero alla politicizzazione della sceneggiatura di stampo collettivistico, quel che conta è la capacità di universalizzare la categoria dell'amore con le sue pene, i patemi d'animo, le gioie e le emozioni.
Chi più di ogni altro ha fatto della sua poetica un costante attacco all'imborghesimento del mondo omosessuale è stata la regista lettone, tedesca d'adozione, Rosa von Praunheim. In "Nicht der Homosexuelle ist pervers, sondern die Situation, in der er lebt" (1971), la parabola di un giovane provinciale approdato a Berlino, che passa da relazioni con personaggi facoltosi della media-alta borghesia a un'esperienza in una comune gay, consente alla regista di scagliarsi violentemente contro quei valori borghesi non solo accettati, ma condivisi dalla comunità omosessuale. Von Praunheim vuole smascherare la falsità di miti e riti inconsistenti e superficiali, finendo per andare controcorrente e diventare disturbante per gli stessi omosessuali.
Un'analoga critica alla società borghese è stata portata avanti da John Waters con film trash, la maggior parte dei quali interpretati dallo scomparso Divine, travestito corpulento e massiccio. In essi però si tende più a stupire con provocazioni esagerate che non a far pensare, finendo per presentare il travestitismo come un fenomeno da baraccone piuttosto che come una scelta di vita consapevole.
Drag queens, travestiti, transessuali sono in genere rappresentati secondo schemi preordinati, tutti mossette, sculettamenti, patetismi, una pseudo femminilità forzata che suona fuori registro. È sufficiente ricordare la volgarità dei vari "Vizietto" o film insignificanti come "A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar" (1999) di Beeban Kidron, interpretato da tre attori macho come Wesley Snipes, Patrick Swayze e John Leguizamo, visibilmente fuori ruolo. Siamo lontani dall'ironia scanzonata, ma non superficiale, di "Priscilla, la regina del deserto" (1994) di Stephan Elliott, in cui due travestiti e un transessuale attraversano il deserto australiano, superando ogni sorta di ostacoli, per esibirsi in un locale di cabaret; o dalla visione storicistica di "Stonewall" (1995) di Nigel Finch, che ricostruisce la famosa rivolta di un gruppo di omosessuali e travestiti avvenuta a New York il 28 giugno del 1969 dopo una delle tante retate antigay dell'epoca; o dall'introspezione psicologica e sentimentale dello stupendo "La moglie del soldato" (1992) di Neil Jordan, storia di un militante dell'Ira che entra in crisi con se stesso quando scopre che la donna per la quale prova grande attrazione è in realtà un transessuale, per giunta ancora dotato di attributi maschili.
Un'altra categoria è quella dell'omosessuale problematico, travagliato, dominato da sensi di colpa, incapace di vivere liberamente e serenamente la propria sessualità (al cinema culminante nove volte su dieci con il suicidio, altra forma di omologazione punitiva). Modello questo contestato da uno dei registi gay formalmente più raffinati: Derek Jarman. In "Sebastiane" (1976) il santo è volutamente presentato secondo i parametri della cinematografia gay inglese anni sessanta e settanta, un omosessuale represso che non vuole cedere alle tentazioni della carne, viste come riprovevole vizio. Lo scopo è di demistificare il protagonista e sottolinearne il comportamento anormale. La normalità è per contro resa nel mostrare in modo naturale il corpo maschile nudo e l'erotismo omo che da esso scaturisce. Jarman intende dare del gay un'immagine che non sia più né problematica né farsesca, ma positiva e solare, e non è un caso che il film, pur trattando di un martirio, sia girato in una Sardegna assolata, desertica, atemporale, tra mare e rocce, un ambiente di per sé liberatorio che funge da correlativo oggettivo della condizione omosessuale.
La normalità diventa dimensione dell'omosessualità soprattutto nel già citato Almodóvar. In "Tutto su mia madre" (1999) il regista spagnolo opera un chiaro ribaltamento di ruoli in un film tutto al femminile, dominato da donne, lesbiche, travestiti e transessuali, dove gli uomini sono confinati ai margini (o muoiono o diventano donne), che segna in modo ineludibile il tramonto della virilità ostentata da tanto cinema hollywoodiano. Nell'universo almodovariano sono i maschi ad apparire fuori posto, incapaci di sensibilità e di solidarietà, sono loro i diversi.
Altro esempio di cinema che annulla la diversità è "Il funerale delle rose" (1969) del giapponese Toshio Matsumoto che, nel raccontare l'antagonismo tra due travestiti, costruisce una storia edipica capace di mettere in luce la solitudine che si cela in ogni individuo, al di là della tendenza sessuale. Girato in uno stile underground, a tratti quasi documentaristico, il film mescola cultura d'avanguardia e pensiero orientale, ponendo l'omosessualità come forma di libertà per arrivare all'assoluto, come suggerisce emblematicamente la chiusa finale: "Lo spirito di un individuo raggiunge la propria assolutezza attraverso la negazione incessante".
La categorizzazione dell'omosessualità nel cinema può essere varia e diversamente interpretabile. Certo è che il discutere delle sue caratteristiche tipologiche mostra come sia stato infranto un silenzio durato troppo tempo sullo schermo nei confronti dell'universo omo. Non dimentichiamo che fino agli inizi degli anni sessanta l'omosessualità era un tabù al cinema, sottoposta a continua censura e, anche quando si cercava di trattarla, il punto di vista restava prettamente eterosessuale.
Un film come "Quelle due" (1962) di William Wyler, ben diretto e ottimamente interpretato da Audrey Hepburn e Shirley Mac Laine, presenta il lesbismo come una colpa non accettabile nella società. Il sospetto di rapporti saffici tra due insegnanti, innescato dalla bugia di una petulante allieva, porta una di esse a scoprire la propria natura lesbo, ma anche a sentirla come una colpa che può essere cancellata solo con il suicidio. Non per niente lo stesso Wyler dichiarò: "...'Quelle due' non è un film sul lesbismo, è sul potere delle calunnie di distruggere la vita della gente", quasi a scusarsi e a prendere le distanze dalla vicenda che aveva messo in scena.
La stessa ambiguità si riscontra in "Victim" (1961) di Basil Dearden, dove il protagonista, interpretato da Dirk Bogarde, è un avvocato omosessuale che mette in pericolo il proprio matrimonio pur di smascherare una gang che ricatta pesantemente dei gay in un'Inghilterra in cui l'omosessualità era punita dalla legge. Se l'intento di denuncia è ammirevole, la struttura narrativa, quella del giallo, e i tratti peculiari del protagonista, una sorta di eroe borghese per niente dissimile dall'archetipo etero, evidenziano ancora un'impostazione prudente, tendente più ad assecondare i gusti del pubblico che non a destabilizzarlo con un'analisi forte dell'omosessualità. "La grande bugia su lesbiche e gay è che non esistiamo"14, sottolinea Vito Russo nell'introduzione de "Lo schermo velato", riferendosi a come il cinema abbia voluto per tanto (troppo) tempo ignorare il mondo gay, una bugia che (forse) oggi si sta lentamente dissolvendo.
(3 - continua)
Da "l'impegno", a. XXIV, n. 2, dicembre 2004
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Note
11 Roberto Schinardi, Cinema gay, l'ennesimo genere, Fiesole, Cadmo, 2003, p. 11.
12 Idem, p. 47.
13 Idem, p. 24.
14 Vito Russo, Lo schermo velato, Milano, Baldini & Castoldi, 1999, p. 7.