
Nel cinema, come si è visto, qualcosa è cambiato nel modo di rappresentare le tre categorie della diversità. L’ebreo si è liberato dello stereotipo di paria abietto, sta uscendo da quello di perseguitato per antonomasia e a volte quasi non si ricorda di essere ebreo. Per gli intellettuali newyorkesi ben integrati di Woody Allen l’essere ebrei è più che altro un fatto di educazione ricevuta nell’infanzia, di tradizioni religiose che sopravvivono soprattutto come riti di famiglia. A caratterizzarli sono le loro nevrosi e ipocondrie, i loro complessi e i loro rovelli esistenziali tipici del ceto colto borghese che gravita tra il Village e Central Park, non le loro origini semite. Solo in “Anything else” (2003) Allen si lascia andare a una presa di posizione contro lo sterminio di massa facendo sparare a due poliziotti “che alludevano ad Auschwitz come ad un parco a tema” dall’insegnante-scrittore David Dobel, uno psicotico aggressivo con l’ossessione per le armi. Nella sua filmografia è però l’eccezione, non la regola.
Il “nuovo ebreo” del cinema è Ariel, giovane protagonista de “El abrazo partido” (2004) di Daniel Burman, che vive nella Buenos Aires ancora sconvolta dalla crisi economica, sogna di partire per l’Europa cercando di riappropriarsi con poca convinzione dell’identità polacca dei suoi progenitori, e soffre per l’assenza del padre, andato in Israele dopo la sua nascita per combattere nella guerra del Kippur senza più fare ritorno. Un ragazzo come ce ne sono tanti a ogni latitudine, un po’ irresponsabile, a volte simpaticamente irriverente, in crisi con la famiglia, con l’università e con la ragazza che ama, afflitto da problemi molto più personali che razziali.
Lo stesso vale per la rappresentazione dell’omosessuale. La macchietta della checca svenevole è in via d’estinzione, forse lo stesso avverrà per la stessa etichetta di “cinema omosessuale”. Almeno così dovrebbe essere secondo Pedro Almodóvar il quale alla domanda se lo irriti che il suo ultimo film, “La mala educación” (2004), possa essere etichettato come un classico gay movie risponde (con un caustico affondo anti States): “Io sono un regista cinematografico. Non un regista gay. Così come Berlusconi è un capo di governo, non un capo di governo eterosessuale. Diciamo forse che Orson Welles faceva film grassi? Dire ‘gay movie’, o ‘gay novel’, è più da americani che da europei”21.
È sul versante femminile che nel cinema gli stereotipi, i modelli ideali a cui si vuole che le donne, volenti o nolenti, debbano assomigliare, si dimostrano più difficili da superare. E questo perché nella realtà, nonostante l’uguaglianza di diritti e di ruoli data per acquisita, la donna continua a essere “diversa”: giudicata dal suo aspetto e quindi costretta ad essere attraente; pagata meno di un uomo e in più sottoposta ad estenuanti tour de force domestici per occuparsi della casa e della famiglia; chiamata dalla religione (apertamente) e dalla società (in modo più velato e quindi ancora più subdolo) ad adempiere al compito “superiore a ogni altro” e che più di ogni altro le compete: quello di madre. E allora, ben vengano film che sovvertono questo stato di cose come “The mother” (2003) di Roger Michell, ritratto di una tranquilla e un po’ algida nonna inglese, May, che ritrovatasi improvvisamente vedova riscopre sentimenti e pulsioni messi da tempo nel dimenticatoio. Solo che l’oscuro oggetto del suo desiderio è Darren - che potrebbe essere suo figlio ed è per l’appunto l’amante di sua figlia Paula - e May non esita ad abbandonarsi a una relazione con lui. May è la negazione di tutti gli stereotipi femminili. Non è giovane e bella, non ha un particolare fascino. Non è una moglie sollecita, come dimostra in una delle sequenze iniziali in cui la vediamo camminare a passo svelto nelle vie di Londra, distanziando il marito anziano che le arranca dietro e, quando quest’ultimo muore, è più il vuoto creatosi nella sua casa e nelle sue abitudini a pesarle, piuttosto che la privazione della sua presenza. Non è una buona madre, come le rimprovera Paula (”non hai mai fatto più del minimo per me”) e come ammette lei stessa, confessando di aver sempre provato insofferenza per i suoi figli quando erano bambini. Del resto lo dimostra rubando l’uomo alla figlia, già afflitta per conto suo da insicurezze e frustrazioni, e infondendo un duro colpo alla sua autostima. Michell non si limita a trasgredire “uno dei tabù più resistenti dello schermo” girando scene di sesso con una donna sopra i sessant’anni, come sostiene Roberto Nepoti22, ma infrange il tabù ben più durevole della maternità come sacro imperativo femminile, proponendo una donna che non rinuncia ad affermare la propria individualità anche se questo va scapito della felicità della figlia. E se May è il tipo di moglie e di madre che probabilmente pochi (col senno di poi) vorrebbero avere, è però il tipo di donna che molte donne vorrebbero avere il coraggio di essere.
FINE
Da “l’impegno”, a. XXIV, n. 2, dicembre 2004
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Note
21 “L’Espresso”, 23 settembre 2004.
22 “la Repubblica”, 18 gennaio 2004.
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