
Come rischia di ridursi la Resistenza al cinema? Come un mito del passato, come un ingombrante
reperto archeologico? Fortunatamente no. Perché per il cinema (per un certo cinema) la Resistenza
è più che mai vitale, con l’afflato di cambiamento che ha comunicato alla cultura e alla società, con i
valori di cui è stata portatrice, con il carico di dolore che è costata e che non può, non deve, essere
dimenticato. A testimoniarlo possiamo citare il corto di Manuele Cecconello “Memoria ai margini”
(2003).
Una didascalia subito dopo il titolo ci informa che, dal settembre del ‘43 fino alla fine
dell’occupazione tedesca nel Biellese, a Villa Schneider, si insediò un reparto di SS germaniche e
italiane, che qui perpetrò torture e sevizie nei confronti dei partigiani e dei loro sostenitori. Dallo
schermo scuro emergono a poco a poco i dettagli di quel luogo di antichi orrori: le algide luci al
neon, le crepe nei muri, l’intonaco scrostato, i pavimenti polverosi, le sbavature nere sui muri che
sembrano sangue rappreso, le finestre anguste e altissime che guardano sul nulla. In sottofondo,
nient’altro che un suono ronzante, ossessivo: è il vibrare delle cose e dei luoghi che hanno assorbito
il ricordo delle azioni delittuose e che ora lo trasmettono a noi con la loro immobile, tacita,
pregnante presenza.
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