Quale delle seguenti affermazioni vi trova maggiormente d'accordo?
A cura di Heiko H. Caimi
Pubblicato il 23/06/2008
Miti e poetiche filmiche dal dopoguerra a oggi - di Maria Ferragatta e Orazio Paggi - Parte III
"l'impegno", a. XXIII, n. 2, dicembre 2003
La poetica del sacrificio è dominante anche nei film che affrontano il tema della Resistenza in altri paesi. Ad esempio, in "Per chi suona la campana" (1943) Sam Wood, sfrondando abbondantemente l'omonimo romanzo di Hemingway, trasforma la lotta dei repubblicani contro i franchisti in una sorta di epopea western incentrata sull'eroe americano venuto in Spagna a combattere per la libertà, simile agli altri giustizieri solitari che abbiamo visto spesso cavalcare nelle pianure dell'Ovest, ma accompagnato fin dalle prime scene da un presagio di sventura. Tanto che non ci stupisce che il suo legame con la repubblicana Maria sia destinato a finire in fretta, e non per volontà loro, riproponendo uno dei temi classici del genere: quello del poco tempo per vivere l'amore. Da questo punto di vista, trionfo della "visione romantica" resta "Casablanca" (1942) di Michael Curtiz, che intorno all'opposizione ai nazisti costruisce una delle più memorabili storie del cinema, con il mitico triangolo che contrappone l'eroe della Resistenza Victor Laszlo al falso cinico Bogart-Rick, che rinuncia alla donna amata per non turbare la missione del rivale.
In questa fase cinematografica la mitizzazione della Resistenza è tale che i valori di cui fu portatrice riescono a "convertire" persino gli ignavi, gli indifferenti, gli individualisti cronici. Nel 1959 Rossellini gira per l'appunto "Il generale Della Rovere", riportando in auge sentimenti e coinvolgimenti del recente passato, ma da un punto di vista più intimista e personale, che alla Storia privilegia l'Uomo.
Nell'Italia della Repubblica sociale Bertone, trafficante di pochi scrupoli in combutta con un ufficiale tedesco, fa sperare alle famiglie dei prigionieri la liberazione dei propri cari per estorcere denaro che poi perde regolarmente al gioco. Denunciato da una delle persone che cercava di truffare, viene arrestato dai nazisti, che decidono di utilizzarlo per smascherare i capi partigiani. Gli fanno così assumere l'identità del generale badogliano Della Rovere, che doveva incontrarsi con il fantomatico Fabrizio per coordinare con lui i piani della Resistenza. Giunto nella sezione politici di San Vittore, Bertone si spoglia gradualmente della sua meschinità da imbonitore, riconquistando la propria dignità. "Quando non sai qual è la via del dovere, scegli la più difficile": sono parole del vero generale Della Rovere, che Bertone fa sue preferendo la fucilazione alla delazione. A far scattare in lui l'identificazione sono il contatto con l'eroismo dei detenuti, l'eredità spirituale lasciata da quelli di loro che sono già morti, l'esempio galvanizzante di Fabrizio, in cui ritroviamo il senso della lotta antifascista come dovere morale che avevamo già conosciuto in Francesco: "Quello che ci ha dato la forza... è stato di aver creduto di combattere per un mondo migliore. Lo vedremo? Lo vedranno gli altri? Io credo di sì". E ancora: "Bisognava fare qualcosa, stare da una parte o dall'altra". "Questo solo conta: fare il proprio dovere qualunque cosa accada". È lo stesso idealismo proiettato al bene dei posteri e che per i posteri induce ad immolarsi di "Roma città aperta". Solo che qui non è più l'eroe per antonomasia a perire, ma il suo alter ego perdente e umiliato, che si riscatta davanti al plotone d'esecuzione, concretizzando così la propria crescita morale e civile.
Che poi il contatto diretto con l'eroismo partigiano abbia il potere di redimere ce lo ricorda con ironia anche Hitchcock in "Caccia al ladro", facendo affermare all'ex ladro di gioielli John Robie, in arte "il gatto": "Mi unii ai partigiani per nascondermi, ma da quel giorno non ho più rubato". Ne "Il generale Della Rovere" Rossellini supera dunque l'approccio alla Resistenza come fenomeno storico e trova in essa il pretesto per affrontare un discorso etico di più ampio respiro.
Posizione che si conferma in "Era notte a Roma" (1960), storia della popolana Esperia che sbarca il lunario con la borsa nera, costretta dalle circostanze ad accogliere nella soffitta di casa sua tre prigionieri di guerra evasi da un campo di concentramento: il maggiore Michael Pemberton, inglese, il sottotenente Peter Bradley, americano, e il sergente Pheodor Nazukov, russo. Sono i mesi che precedono la liberazione del '43, un momento convulso in cui solidarietà e fratellanza sembrano offrire la sola risposta civile alla crudeltà e alle contraddizioni dell'immediato. Coinvolta suo malgrado, Esperia si impegna a salvare i tre uomini a rischio della propria vita insieme al fidanzato Renato, che collabora clandestinamente coi partigiani. Come per Bertone, anche quella di Esperia è una maturazione umana che attecchisce nell'arido terreno dell'individualismo e si sviluppa a contatto con l'impegno e il dolore altrui. Esperia decide di stare dalla parte della giustizia e dei valori, dapprima con riluttanza, poi con partecipazione sempre maggiore. Ed è una scelta che paga duramente: verrà incarcerata insieme a Renato, e quest'ultimo sarà fucilato dai nazisti. A nulla vale il suo estremo tentativo di salvarlo denunciando i fuggiaschi. Ma, anche se Esperia tradisce la causa che ha appena abbracciato, il suo gesto dettato dalla disperazione non intacca la sincerità delle sue intenzioni. E il suo pianto, che chiude la sequenza finale del film in cui assistiamo all'ingresso degli Alleati a Roma, esprime, insieme allo sconforto, anche una consapevolezza nuova, una coscienza rinata: su quel pianto, su quel dolore si può iniziare a ricostruire l'Italia.
Non manca la sincerità d'intenti in questo dramma dall'anima borgatara. Ma, come nel precedente "Il generale Della Rovere",
Lo fecero nel '45 De Santis, Visconti, Mario Serandrei e Marcello Pagliero realizzando "Giorni di gloria", il cui intento celebrativo si desume già dal titolo. In questa rievocazione dell'oppressione nazifascista, che copre l'arco temporale che va dal settembre del '43 alla liberazione del Nord, assistiamo alle riprese delle azioni partigiane lungo la linea del fronte, agli atti di sabotaggio e alle rappresaglie che ne seguirono, al massacro delle Fosse Ardeatine. Tutto è "vero", autentico, drammatico. Ma, un po' come accade nelle immagini del telegiornale, che più sono scioccanti più hanno l'effetto di allontanare emotivamente ciò che viene mostrato, il documentario non riesce forse a rendere pienamente quella che fu una tragedia storica ma anche umana. In questo senso la finzione narrativa assolve meglio il compito di rappresentare e comunicare ciò che è stato nelle sue ripercussioni individuali. E ad essa ricorrono significativamente quattro film girati nel 1946, quando gli animi erano ancora accesi dal ricordo vicinissimo della lotta antifascista.
In "Pian delle stelle", prodotto dal Cvl, Giorgio Ferroni intreccia alle vicissitudini di alcuni fuggiaschi dei campi di concentramento nazisti, che insieme ad altri compagni costituiscono la brigata partigiana "Lupo" acquartierata a Pian delle Stelle, la storia d'amore fra il comandante della brigata e Isa, presunta spia. Mentre infuriano le operazioni di guerriglia coi tedeschi, si snoda la contrastata vicenda sentimentale dei due amanti, che cadranno entrambi vittime della guerra.
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