Faber-Castell: una Matita di sangue blu

Seconda Puntata

Federico Fellini, che con le matite abbozzava i caleidoscopici set dei suoi film, una volta scrisse:“Mi piacciono le stazioni ferroviarie, i fratelli Marx, il risotto alle rose, Piero della Francesca, tutte le cose belle sulle belle donne, Simenon e le matite numero 2 della Faber”. Inevitabilmemte la storia della matita si confonde con la storia di questa azienda familiare, arrivata ormai all’ottava generazione.

Fino al 1500 per disegnare si usavano pennini in metallo, pietre e carboncino.
Albrecht Durer realizzava le sue incisioni con il bulino, un piccolo lapis in argento affilato. Leonardo preferiva la “sanguigna”, pietra tenera “che viene dai monti di Alemagna”.

La prima volta che si fa cenno ad una matita in pura grafite, senza rivestimento, è nel 1565 in Inghilterra, subito dopo la scoperta della miniera di Borrowdale, nel Cumberland.
L’esemplare più antico in legno ancora conservato, esposto nel museo Faber-Castell di Stein, risale al XVII secolo e fu ritrovato tra i ruderi di una falegnameria in Baviera.

Quando le riserve di grafite iniziarono a scarseggiare, gli inglesi ne ridussero drasticamente le esportazioni e la limitata disponibilità fece lievitare i prezzi sui mercati internazionali.

Tanto che qualcuno ribattezzò la grafite “oro nero”, ben prima che questa formula venisse utilizzata per il petrolio. Nel 1794 Jacques Conté, un ingegnere francese incaricato dal Comitato di salute pubblica di cercare un sostituto alla costosa grafite degli odiati monarchici inglesi, inventa la mina, con un impasto di polvere di grafite, acqua e argilla, trafilata e cotta al forno.

Ma è Lothar Faber, pronipote del falegname Kaspar che prende le redini dell’azienda di famiglia nel 1839, a perfezionare il procedimento di produzione delle mine.

Lothar scopre che è possibile realizzare mine con diverso grado di durezza e di “nero”, miscelando in percentuali diverse l’argilla e la polvere di grafite. Ancora oggi la sua scala HB da 1 a 8 (dove H sta per hard, duro, e B per black, nero), indica una mina più o meno resistente, oppure con una maggiore o minore intensità di colore.

Il giovane imprenditore tedesco lancia anche la forma esagonale. Stabilisce gli standard di lunghezza e il diametro poi accettati internazionalmente. Per valorizzare le sue matite decide di stamparvi il marchio “A.W.Faber” (dal nome del figlio di Kaspar, Anton Wilhelm).

Si inventa le etichette e le adatta ai vari mercati. Con un baule in legno intarsiato prende a girare le capitali occidentali per mostrare alle migliori cartolerie dell’epoca la sua ricca produzione.

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Pubblicato il martedì 18 dicembre 2001 in: Strumenti del Comunicare

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