Andrea Pazienza: fumetto come voce di una generazione

"Era uno spettacolo vederlo disegnare - ha detto Milo Manara - spesso tratteggiava direttamente con il pennarello senza basarsi su un disegno preesistente. Era dotato di un talento assoluto" [Articolo di Mario Sesti apparso su L'Espresso del 7 febbraio 2002]

Un talento che non poteva sfuggire a chiunque abbia conosciuto Andrea Pazienza.

Qualcosa che si nota, come un particolare fisico, uno strano colore degli occhi, una risata irripetibile.

Fumettista inimitabile e coscienza inquieta ed errante del movimento del ‘77, vignettista satirico e narratore spietato, Andrea Pazienza, morto per overdose nel 1988, sta ritornando alla grande con la falcata aggressiva e inarrestabile di alcuni suoi personaggi. A rilanciarlo è stata per prima la Baldini e Castoldi (suo editore ufficiale) ripubblicando in grandi volumi patinati tutte le storie (tra le ultime “Le satire” e “Zanardi 2″). Ma soprattutto un film, “Paz”, che punta a celebrarne l’arte e il mito e che ha come ricaduta in libreria altri tre libri: la sceneggiatura e il diario di lavorazione del film pubblicato da Arcana e “Le storie di Zanardi” di Einaudi che ristampa anche “Paz”, antologia a cura di Vincenzo Mollica.

Era il Chaplin del fumetto (colloquio con Stefano Disegni)
[Articolo di Oscar Cosulich apparso su L’Espresso del 7 febbraio 2002]

Era un fumettaro fiero di esserlo, tanto che a chi gli chiedeva un’opinione sul mondo dell’arte, Pazienza rispondeva ironico: “Penso che sia giusto che ci sia gente che comunica in modo non specifico, con delle cose abbastanza salottiere, un pò stupide. Il fumetto no. Il fumetto è il dogma, il fumetto è esattezza, precisione per eccellenza, perché non si scappa, c’è l’immagine, c’è lo scritto: se sei un fesso si vede subito, se sei un genio anche. Se sei un artista non lo so: essere artista è un altro paio di maniche”.

Oggi, a quasi 14 anni dalla morte, come è ricordata l’arte di pazienza dai colleghi cartoonist? Stefano Disegni non ha dubbi:

“In Paz c’era la magia. Qualcosa di unico. Nei secoli dei secoli, a volte, c’è qualcuno cui l’Artefice di ogni cosa, la grande Energia, o come meglio preferite chiamarlo, poggia la mano sulla fronte e fa scoccare una scintilla. In Paz quel dono magico era presente, proprio com’è stato presente in Lautrec, in Chaplin, nei Beatles: prima di lui il fumetto era diverso, prima di lui certe cose non erano immaginabili. Ha aperto nuove strade, ha indicato con apparente semplicità un intero e nuovo mondo grafico ed espressivo”.

“Andrea - prosegue Disegni - usava la matita come Jimi Hendrix la chitarra, inventava il nuovo che non c’era. In lui ogni tratto era unico e irripetibile, unito a un uso del colore da cui nascevano nuovi cromatismi, ancora oggi insuperati e alla sorprendente comicità del suo segno. Da bravo fumettaro, però, non era soltanto un virtuoso della grafica, un maestro di pennelli e pennarelli, ma anche un raffinato scrittore: Paz aveva inventato un irresistibile linguaggio, una sorta di slang italico-pugliese con cui allestiva dialoghi surreali, che gli permettevano di narrare in totale libertà le sue storie, storie che non sono solo il fedele specchio di un’epoca, ma anche classici senza tempo”.

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