A cura di Cinzia Conti
Pubblicato il 09/01/2001
Cominciamo a parlare una lingua straniera già alla scuola dell'Infanzia?
E' ormai riconosciuta l'importanza, per ogni cittadino del mondo di domani, di essere a conoscenza di più lingue, per riuscire ad essere in contatto con le diverse culture del mondo; un mondo che ormai attraverso i media e internet entra nella maggior parte delle case, un mondo in cui, per comprendersi, ci sarà sempre più bisogno di conoscere linguaggi condivisi
Il dibattito su quando cominciare a parlare una lingua diversa dalla lingua madre, è molto acceso e controverso.
Certo che molte sono le cautele nel valutare l'anno di avvio di questo apprendimento:
quando saranno pronti i bambini?
Questo apprendimento creerà confusioni?
Come inserirlo tra le numerose attività proposte in ogni scuola??
Di contro numerose testimonianze sono favorevoli al bilinguismo fin dalla primissima età.
Guardiamo questo problema da un punto di vista cognitivo e mettiamoci a riflettere su come i bambini imparano a parlare.
I piccoli non aspettano certo di conoscere le regole grammaticali o sintattiche, oppure di possedere una lista di vocaboli per cominciare a parlare la lingua materna. La necessità di comunicare è legata al soddisfacimento di bisogni concreti, all'esigenza di possedere uno strumento per conoscere il mondo per organizzarlo, per comprendere i fatti ed elaborare i significati di ciò che accade, per potersi confrontare con gli altri.
Tutto ciò può essere tranquillamente trasportato nel processo di acquisizione di una seconda lingua
Si tratta in primo luogo, quindi, di vedere questo apprendimento come un processo entro il quale i bambini non devono prioritariamente imparare cose sulla lingua, parole o regole. Sembra piuttosto utile che essi imparino a fare cose con la lingua e sentano il piacere e la necessità di sapersi esprimere in un linguaggio diverso dal proprio.
Ne consegue che, pur con alcune difficoltà di carattere organizzativo e didattico si impone l'esigenza di intraprendere percorsi di lingua straniera già dagli anni della scuola dell'Infanzia. Le soluzioni usate nelle scuole sono molteplici: si va dal burattino che parla solo una certa lingua, all'introduzione della lingua durante le attività pratiche, o all'uso dei vocaboli della lingua straniera per denominare colori, forme, parti del corpo, e infine all'introduzione di canti in lingua che accompagnano balli o sottolineino eventi particolari dell'anno o della giornata scolastica.
Tutto questo serve per cominciare ad abituarsi a suoni diversi, a comprendere che diverse parole possono avere lo stesso significato, che tutti i linguaggi hanno uguale dignità e che è importante comunicare, in qualsiasi modo lo si possa fare.
Oltre a questi momenti introduttivi, è necessario, comunque, che gli insegnanti tengano presente la questione centrale che risiede non tanto nell'acquisizione di vocaboli presi isolatamente, ma nella motivazione profonda a comunicare in una lingua diversa dalla propria, a costruire in questo modo anche relazioni significative con l'insegnante e i pari, a riutilizzare intenzionalmente le strutture apprese in altri contesti.
Sembra, quindi, che l'attenzione deve essere posta a creare un ambiente capace di mettere in moto il gioco della comunicazione, e nel creare un contesto capace di sostenere quel gioco. I percorsi possono diventare utili e formativi, se collocati in un ambiente che propone e sollecita una vita di relazioni, fa sorgere interessi, stimola alla costruzione di storie, da senso, significato e spendibilità immediata a quanto si va conoscendo.
Da quanto detto deriva che per il docente di lingua straniera nella scuola dell'infanzia è necessario un profilo professionale che deriva dall'integrazione di competenze disciplinari proprie della lingua da insegnare e di competenze di tipo psicopedagogico, didattico-organizzativo, progettuale e valutativo.
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