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By Scuola di Base di Tix
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Scuola di Base di Tix guida dal 22-03-2000
Una lettura critica delle Indicazioni nazionali per la scuola di base (infanzia, elementare, media).
Leggendo e rileggendo le Indicazioni per il curricolo (per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo d’istruzione) nascono spontanee alcune domande:
· perché sono state elaborate?
· perché, se sono indicazioni, se ne promuove l’adozione obbligatoria (nella “scuola libera ed autonoma”) come se fossero programmi prescrittivi?
· perché si sono investiti 36 milioni di euro per spiegarle a chi è del mestiere?
L’introduzione del ministro dà delle risposte a legittime domande che, evidentemente, egli si è posto come uomo di cultura, come genitore, come cittadino, ma non sicuramente come uomo di scuola (quale, appunto, non è, essendo un medico).
Nascono così risposte talmente ovvie che non sarebbe il caso di scriverle in un documento ufficiale della scuola; ne riporto alcune:
[Nota: tutti i corsivi sono tratti dal testo introduttivo del ministro]
La prima domanda da porre riguarda "chi educhiamo". Se c'è un punto su cui non possiamo non trovarci d'accordo è che il nostro compito è quello di educare "la persona": un essere unico ed irripetibile.
La scuola è luogo di incontro e di crescita di persone. Persone sono gli insegnanti e persone sono gli allievi. Educare istruendo significa essenzialmente tre cose:
• consegnare il patrimonio culturale che ci viene dal passato perché non
vada disperso e possa essere messo a frutto;
• preparare al futuro introducendo i giovani alla vita adulta, fornendo
loro quelle competenze indispensabili per essere protagonisti all'interno
del contesto economico e sociale in cui vivono;
• accompagnare il percorso di formazione personale che uno studente
compie sostenendo la sua ricerca di senso e il faticoso processo di
costruzione della propria personalità.
Questa è la via italiana all'Europa e all'acquisizione delle competenze
indicate a Lisbona.
Questa, signor ministro, non è la via italiana all’Europa: queste sono affermazioni non solo retoriche e ovvie, ma risapute dai cittadini e dagli insegnanti in tutta la storia della scuola italiana. Così ovvie che è ridicolo ribadirle, se non in prima magistrale (a me le hanno dette appunto allora, alla fine degli anni Sessanta, e da allora non ho smesso di sapere che il mio compito è quello di “educare la persona, un essere unico e irripetibile”).
Gli insegnanti, mi permetta, sanno a che cosa serve la scuola, visto che sono stati formati, qualificati e autorizzati ufficialmente ad insegnare.
Quindi si comprende che l’introduzione alle Indicazioni non è stata scritta per gli insegnanti, ma – evidentemente - in risposta al governo precedente e alle 3 I (inglese, impresa, internet) di famigerata memoria. Infatti Fioroni prosegue:
Ci ostiniamo a pensare a una scuola che non abbia come obiettivo solo l'essere in funzione della richiesta del mercato.
Caro ministro, noi, nella scuola dell’infanzia, nella scuola elementare e nella scuola media questo non l’abbiamo mai pensato.
L’ha pensato il ministro precedente e tutti coloro che vivono di solo libero mercato.
Noi maestri abbiamo un altro e un alto concetto dell’educazione e della formazione dei nostri bambini e dei nostri ragazzi.
Il secondo “perché” riguarda la prescrittività di tutta la procedura di sperimentazione delle Indicazioni: da un lato si afferma che
Il testo si presenta come uno strumento di lavoro.
Il rinnovamento della scuola non può essere solo l'esecuzione o l'applicazione di direttive e decreti, calati dall'alto e imposti dalla norma. Lo escludono la natura stessa dei processi di insegnamento/apprendimento che si realizzano nel vivo di dinamiche relazionali assai complesse, in cui agli operatori scolastici viene riconosciuta un'ampia autonomia professionale.
ma poi si prescrive che
Le scuole sono infatti chiamate a "mettere alla prova" le Indicazioni nella progettualità e nella quotidianità delle attività di aula.
Si dà avvio insomma a un "cantiere di lavoro" biennale durante il quale riflettere, testare, integrare, valutare e validare le Indicazioni in un'ottica in cui la loro prima attuazione si esplichi in un contesto di dialogo reciproco e di affinamento consapevole.
In altre parole si dà per scontato che le Indicazioni siano uno strumento di lavoro sperimentale che ciascun docente, nella sua ampia autonomia professionale, è liberamente… obbligato a sperimentare sul campo per un biennio!
E’ evidente la contraddizione logica e procedurale.
Non solo, ma le Indicazioni hanno ricevuto il supporto ministeriale di una task force (termine maledetto trattandosi di tematiche educative) e di uno stanziamento di 36 milioni di euro che “devono” essere spesi provincia per provincia. Ciò significa dover obbligatoriamente attivare iniziative, corsi, commissioni, dibattiti, ricerche, conferenze, relazioni… insomma, qualcosa bisogna pur liberamente fare per spendere obbligatoriamente gli euro assegnati.
E, in effetti, gli insegnanti già sentono sul collo il fiato di provveditori, funzionari, ispettori e dirigenti che spingono a fare qualcosa subito, in previsione anche del prossimo sondaggio ministeriale di aprile. Ma nessuno sa bene che cosa, visto che non c’è quasi nulla di nuovo su cui discutere e non c’è molto di difficile da capire…
Dispiace comunque, di questi tempi senza supplenti, vedere sprecati 36 milioni di euro.
Gli insegnanti, come spesso è successo in questi ultimi anni, sono nuovamente in balìa di decisioni che passano sopra la loro testa, di pseudo-riforme abbozzate e inutili; didatticamente non c’è nulla di nuovo nelle attuali Indicazioni: concetti e metodologie sono quelli ben conosciuti, sperimentati e attuati dagli insegnanti italiani negli ultimi 40 anni, iniziando dalle esperienze di tempo pieno e dalla metodologia della ricerca degli Anni Settanta; concetti e metodologie già chiaramente espressi nei programmi della scuola elementare del 1985, formalmente ancora in vigore (gli insegnanti non hanno mai ricevuto nessuna comunicazione di abrogazione).
L’unica cosa nuova (e deleteria, anche secondo il parere di accademici qualificati) è l’obbligo nelle elementari di studiare la storia solo fino al 476 d.C.
Un obbligo che va contro le premesse scritte dal ministro circa la sperimentazione delle Indicazioni, contro l’autonomia professionale e contro una didattica ricorsiva della storia validata da decenni di scuola.
Che cosa succederà?
Personalmente la cosa non mi tocca, come maestro elementare: io so che cosa devo fare nel mio lavoro (non aspettavo certo queste Indicazioni per saperlo dopo 35 anni di servizio) e so anche che né il re Odoacre né il ministro Fioroni mi potranno fermare al 476 dopo Cristo…
Quest’anno insegno in quinta elementare e continuerò a parlare con i miei alunni di Shoah e dei barbari del XX secolo, come pure di Costituzione Italiana nel 60° anniversario della sua entrata in vigore. Questa è la nostra storia e i bambini la devono conoscere dato che la possono ben capire anche a 10-11 anni.
Non possiamo certamente fermare il mondo e la scuola ad ogni passaggio di ministro col suo ricco corteo di esperti e le sue task force di ispettori.
Io e i miei alunni non ce lo possiamo permettere: abbiamo altro da fare di più interessante e di più istruttivo.