Differenze nel movente dell’aggressione

Le differenze a livello individuale nel movente dell’aggressione si originano nella prima infanzia.

Le prime fasi dello sviluppo del movente hanno inizio già all’età di un anno e mezzo circa.
Fino all’età di tre anni vengono poi delineate le peculiarità individuali che intervengono nella fase successiva dello sviluppo. I processi evolutivi fondamentali sono i seguenti:

manifestazione nella prima infanzia di reazioni colleriche e relativo nesso con fattori scatenanti, modalità di reazione e conseguenze;

apprendimento graduale di comportamenti aggressivi e relative conseguenze;

sviluppo di strategie d’azione ed obiettivi dell’aggressione particolarmente ostili, in base all’imitazione di modelli preesistenti;

formazione di obiettivi dell’aggressione marcatamente ostili e, quindi, di un reale movente dell’aggressione in base alla percezione della propria ostilità e degli intenti che ne conseguono;

Il punto 1 fa riferimento al nesso tra collera e frustrazione, laddove per frustrazione si intende una vasta classe di circostanze che non rientrano in una definizione dettagliata ma che relativamente alla loro complessità sono classificabili a partire dalle lesioni corporali, alla violazione del rispetto di sé stessi, fino ad arrivare alla totale trasgressione del sistema di valori.
Per quel che riguarda la realizzazione del nesso frustrazione/collera, in ogni singolo caso sono coinvolti numerosi processi di apprendimento individuali, per cui al cui centro si pone il rapporto, influenzato da fattori ereditari, tra esperienze avverse ed inclinazione verso reazioni colleriche.

I punti 2 e 3 sono strettamente collegati tra loro e si manifestano già nella fase che prevede lo sviluppo di molteplici abilità motorie e modelli comportamentali, molti dei quali sicuramente interessanti in relazione al livello di aggressività: grida, calci o percosse.
Ugualmente collegabili a fattori ereditari possono essere anche predisposizioni all’apprendimento di comportamenti aggressivi, la cui conseguenza è lo sviluppo di una propensione emotiva verso situazioni violente. Tali processi di apprendimento si realizzano principalmente attraverso l’apprendimento per imitazione, in cui le figure di riferimento, in primo luogo i genitori, svolgono un ruolo fondamentale. Tuttavia anche l’interazione con altri bambini costituisce un’importante fonte d’esperienza per lo sviluppo dell’aggressività.
I coetanei (in particolare fratelli e/o sorelle ed amici) possono quindi rappresentare, in determinate situazioni (ad es. all’asilo o al parco) la gratifica principale per i loro comportamenti aggressivi.

Ecco perché i serial killer raccontano frequentemente di essere stati, durante l’infanzia, non tanto criminali quanto vittime: vittime dei genitori o dei loro coetanei.
A causa delle numerose esperienze negative vissute, si prefigurano un ambiente minaccioso, ostile ed imparano a stare costantemente all’erta da ingiustizie e soprusi.
In tal modo si sviluppano gli obiettivi marcatamente aggressivi e violenti descritti al punto 4, per la cui realizzazione è necessario lottare e predominare. Queste prime esperienze infantili costituiscono anche degli indizi inerenti la componente sessuale dei crimini.
Dal momento che, contrariamente alle ipotesi precedenti, lo stimolo principale non è costituito dal movente a sfondo sessuale (vd sopra), è necessario formulare altre ipotesi in merito.
E’ ipotizzabile un modello di questo tipo: in età infantile, i criminali sono sottoposti ad una serie di forti frustrazioni in diversi ambiti (scuola, famiglia, fratelli e/o sorelle…); uno dei più delicati, nei giovani, è la sessualità. Durante l’adolescenza, il malessere derivante dai primi ed eventualmente ripetuti insuccessi nei contatti sessuali con le ragazze può divenire una frustrazione estremamente profonda.
In proposito, KORNADT & ZUMKLEY (1992) affermano: “l’accumulo di esperienze frustranti relative ad un determinato ambito esistenziale (…) potrebbe portare all’attribuzione di un’importanza eccessiva a tale aspetto. Può essere vissuto come minaccia persistente e probabilmente crescente nei confronti di esigenze fondamentali (rispetto della propria persona, desiderio di approvazione e protezione…), sulle quali si plasma un movente dell’aggressione sempre più violento, generalizzato e strettamente connesso all’affettività”.

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Pubblicato il mercoledì 20 febbraio 2002 in: Psicologia

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