Storia e statistiche dell'omicidio seriale - di Ruben De Luca

Il testo è tratto dal volume "Anatomia del serial killer 2000. Nuove prospettive di studio e intervento per un'analisi psico-socio-criminologica dell'omicidio seriale nel terzo millennio", Seconda Edizione, Giuffè, Milano, 2001.

FENOMENO LEGATO ALLO STADIO DI SVILUPPO DEI SINGOLI PAESI

Per lo sviluppo dell’analisi sui serial killer è stato considerato un campione di 1520 assassini seriali identificati in tutto il mondo. Il materiale casistico utilizzato è stato reperito prevalentemente da libri, riviste e quotidiani, oltre a Internet e, per la maggior parte dei casi, sono state consultate più fonti, comparandole fra di loro, nel tentativo di ottenere delle informazioni più esatte possibili.

Le statistiche devono fare i conto con il numero oscuro, che rappresenta quella quota di casi che, in ogni tipo di reato, non vengono registrati dalle agenzie di controllo. In numerosi casi, le agenzie di controllo sono riuscite a identificare una serie omicidiaria, senza però identificare il colpevole.

Le serie interrotte precocemente vanno a incrementare i ranghi del “numero oscuro”, perché spesso la polizia non è neanche riuscita a collegare gli omicidi fra loro.

Quando un assassino seriale cessa improvvisamente la serie omicidiaria, è possibile formulare quattro ipotesi:

1) L’assassino seriale è morto improvvisamente (spesso, perché si è suicidato) e non lascia confessioni dei suo omicidi.

2) L’assassino seriale viene arrestato per un altro crimine che non ha nulla a che vedere con la serie omicidiaria (che quindi interrompe) ed è condannato a scontare una lunga pena detentiva.

3) L’assassino seriale cambia zona di operazione a causa di un trasferimento lavorativo, di un motivo personale oppure perchè si sente sotto controllo e decide di uccidere in un’altra città. In questo caso, può anche modificare il proprio modus operandi, facendo in modo che non vengano collegate le due serie di omicidi.

4) La conclusione che spinge l’assassino seriale a uccidere può interrompersi improvvisamente se avviene un cambiamento particolarmente importante nella sua vita e il soggetto decide di rivivere gli omicidi solo nella sua immaginazione (anche se si tratta di un’eventualità estremamente rara). Altre volte, l’assassino può interrompere la serie quando si accorge che la polizia è molto vicina a scoprire la sua identità e decide di investire l’energia aggressiva in altre attività che gli diano una certa gratificazione sostitutiva.

Dall’analisi risulta evidente che l’omicidio seriale si verifica principalmente nei paesi più industrializzati del mondo. Dopo gli Stati Uniti (in assoluto, con il numero più alto), troviamo tutte le nazioni europee più industrializzate (Inghilterra, Italia, Francia, Germania ed Ex Unione Sovietica) e non è un caso che il primo paese africano per numero di assassini seriali sia il Sudafrica, lo stato più industrializzato del continente.
A rafforzare il legame esistente fra omicidio seriale e industrializzazione c’è anche l’evidenza di un incremento esponenziale di questo fenomeno a partire dagli anni ‘60, proprio in concomitanza dell’espansione industriale della maggior parte delle nazioni.
L’omicidio seriale viene commesso principalmente dal classico “predatore solitario”, un soggetto che uccide da solo (72 per cento), ma ci sono anche diversi assassini seriali che agiscono in coppia (12 per cento) o addirittura in gruppo (16 per cento).

Contrariamente a quanto comunemente ritenuto, le donne assassine seriali sono in numero abbastanza consistente (16 per cento) e l’entità del fenomeno tende a esserne sottostimata a causa della resistenza culturale nel riconoscere le donne capaci di commettere un simile reato.
Inoltre, molti studiosi sono soliti considerare assassini seriali soltanto quei soggetti che uccidono perché spinti da una pulsione sessuale e, siccome le modalità di uccisione della donna non rientrano in questa categoria, ecco che molti casi che le vedono coinvolte non sono considerati casi di omicidio seriale. I serial killer uccidono principalmente con metodiche che permettono loro di avere un contatto diretto con le vittime, quindi soprattutto strangolamento (20 per cento) e utilizzo di armi bianche (12 per cento).
Lo strangolamento permette al soggetto di sperimentare appieno il senso di onnipotenza da lui ricercato, guardando negli occhi la vittima mentre muore, mentre l’arma bianca consente il rituale dell’overkilling, cioè le pugnalate ripetute sul cadavere che hanno la funzione di distruggere e umiliare il corpo.
Quasi sempre, l’assassino seriale presenta un quadro familiare disgregato con numerosi episodi di violenza e ripetuti traumi, vissuti e subiti durante l’età dello sviluppo, e si tratta di soggetti che non riescono a inserirsi attivamente e con soddisfazione nel tessuto sociale e, nella maggior parte dei casi, non svolgono attività professionali gratificanti (in diversi casi, sono addirittura vagabondi e disoccupati).

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Pubblicato il giovedì 16 ottobre 2003 in: Psicologia

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