Assassine 8 Chi uccidono

Le donne uccidono soprattutto membri della loro famiglia, spesso uomini che hanno abusato di loro per anni. Circa il 90% delle donne in carcere per omicidio hanno ucciso uomini per difendersi da loro.

Se l’amore e la famiglia erano l’ambito in cui la donna viveva e si affermava, amore e famiglia erano anche le sfere in cui si scatenavano le passioni omicide.&#nbsp;

Le donne uccidevano più frequentemente mariti, amanti e parenti mentre gli uomini assassinavano per lo più amici intimi ed estranei. La maggior parte dei crimini commessi da donne erano crimini di letto. Avevano la loro origine, in molti casi, nell’amore e nell’odio.

Le donne uccidevano i mariti violenti. Mariti che spesso non avevano scelto e che avevano sposato giovanissime. Mariti che le trascuravano, che passavano la giornata fuori casa, che pretendevano da loro fedeltà e abnegazione, cura e consolazione. Mariti che potevano picchiarle per futili motivi o per raptus alcolici. Queste donne assassine venivano considerate pazze, malate, isteriche o vittime di qualche tensione mestruale. Era raro che ci si chiedesse quale fosse il reale movente del loro delitto. Questi uomini, dopo essere stati avvelenati potevano morire benedicendo la moglie, non sospettando minimamente di lei. Era più facile comprendere il delitto che una donna commetteva per gelosia, per rivalità verso un’altra donna che il delitto contro un uomo che la vessava.

Le donne uccidevano i mariti loro imposti dalla famiglia quando amavano un altro uomo. Poteva essere un precedente fidanzato, magari povero e per questo non accettato dalla famiglia, ma poteva anche essere qualcuno conosciuto dopo il matrimonio. Qualcuno in cui riponevano le loro aspettative d’amore e di comunione. La legge che deprivava le donne di ogni diritto e le rendeva dipendenti dagli uomini le rendeva anche soggette alla tirannia. La donna era stata creata per essere una moglie e una madre e per rendere la casa comoda e felice. Ogni donna che prendeva l’iniziativa sia per votare che per uccidere il marito era “innaturale”. Una donna che viveva una vita indipendente senza la direzione e il controllo di un uomo era considerata un’anomalia sociale. I suoi sacrifici nei confronti del marito e dei figli non venivano neppure riconosciuti, erano espressioni naturali del suo istinto di madre e di moglie.

Una giornalista americana che seguiva i processi per omicidio scrisse che certi matrimoni inscindibili portavano necessariamente al delitto come unica via d’uscita.

Per quanto riguarda la vendetta nei confronti dell’amante, scrive Vincenzo Mellusi: “L’abbandono non rappresenta soltanto la perdita dell’oggetto amato, ma il disprezzo dell’amante e l’umiliazione agli occhi di tutti. La morte della persona amata è per la fanciulla meno crudele dell’abbandono, che riassume tutte le sofferenze morali; perdita dell’amore, disprezzo della sua bellezza, preferenza accordata a una rivale, umiliazione pubblica, resa più dolorosa per il timore di vedere la rivale ridere del proprio dolore”.&#nbsp;

E riguardo all’amore George Sand scrisse che la donna che non trova nel matrimonio l’amore cui ha diritto, può cercarlo altrove. Commenta Mellusi: “La donna passionale, che apprende il matrimonio come un episodio dolorante dell’amore, non può votarsi alla fedeltà coniugale che è una semplice convenzione utilitaria… Il dono continuo del suo corpo, senza affetto e senza desiderio, la stanca e la nausea. E da quel momento può benissimo concepire e provare il grande amore, passando dalla castità ignorante all’unione carnale per amore”.

Per una donna delusa nella sua passione l’omicidio appare come un prezzo modesto da pagare per la sua libertà poiché la passione coinvolge la sua intera vita. Senza di essa, lei pensa, la vita sarebbe una lunga morte. Gli uomini sono meno coinvolti&#nbsp; dall’amore. Possono andare in pezzi se le cose vanno male ma di solito si riprendono abbastanza presto e il delitto come via d’uscita non rientra nei loro calcoli.&#nbsp;&#nbsp;

Nel caso di Florence Maybrick, di origine americana, imputata nel 1889 per l’omicidio del marito,&#nbsp; avere uno dei migliori avvocati dell’epoca, Sir Charles Russell, non servì. Il giudice, James Fitzjames Stephen,&#nbsp; inflessibile verso le donne adultere, disse ai giurati che l’imputata era una donna spregevole che durante la malattia del marito non aveva pensato che a scrivere lettere all’amante. “Tutto questo dovete considerare quando vi chiederete se questa donna è colpevole o no!” I giurati non sapevano però che il giudice soffriva di gravi disturbi nervosi dovuti a una paralisi che l’aveva colpito tre anni prima e non potevano immaginare che poco tempo dopo il processo sarebbe stato ricoverato in manicomio. Non diedero troppa importanza neppure alla confusione mentale che dimostrò per tutto il processo e ai frequenti vuoti di memoria. Il loro verdetto fu di colpevolezza. Florence Maybrick doveva essere impiccata. Fortunatamente la stampa, l’opinione pubblica e il governo americano si mossero per chiedere la commutazione della pena che infine fu accordata nonostante la disapprovazione della regina Vittoria.

Assunta Vassallo&#nbsp; proveniva da una delle famiglie più in vista di San Cataldo e il&#nbsp; processo per uxoricidio che la vide imputata suscitò grandissimo interesse. La donna aveva un amante di cui era perdutamente innamorata, quando capì che l’uomo stava per lasciarla pensò che se fosse stata libera avrebbe potuto riconquistarlo. Il marito morì per avvelenamento da stricnina nel 1948. Assunta fu condannata a vent’anni di reclusione.&#nbsp;&#nbsp;

Alcune donne si sono fatte aiutare dall’amante per uccidere il marito. Un gran numero di assassine concepiscono il crimine da sole e colpiscono in segretezza. Non si fidano di nessuno. Spesso considerano l’uomo debole e senza carattere, inutile per la loro implacabile decisione. Sono pochissimi i casi di donne convinte a uccidere da un partner maschile. Esistono molti più casi di uomini convinti da una donna a commettere un delitto. Questo accade soprattutto nei crimini di passione.&#nbsp;&#nbsp;

Alma Rattenbury, nata in Canada nel 1897, donna molto attraente, sposa un facoltoso architetto molto più vecchio di lei che presto cade in depressione, smette di lavorare e soprattutto di avere rapporti con la moglie. Smette anche di guidare e quindi la coppia deve trovarsi un autista. Questi è un giovanotto di diciannove anni, George,&#nbsp; che si innamora, riamato, di Alma. Uccidono il marito. Lei che è ricca riesce ad avere un bravissimo avvocato che la fa assolvere, lui ne ha uno d’ufficio e viene condannato a morte. Una volta uscita dalla prigione, lei non riesce a sopportare l’idea che il suo amante venga ucciso e si uccide a sua volta accoltellandosi sei volte al petto. Quindi non viene a sapere che il giorno dopo anche al suo amante sarà accordata la grazia. Moltissimi anni dopo lui viene arrestato in un bagno pubblico mentre adesca un ragazzino. Tanto amore, tanta passione al punto da morirne e per una persona per cui non ne valeva assolutamente la pena!&#nbsp;&#nbsp;

Gigliola Guerinoni, ex infermiera, che ha lasciato il marito (il&#nbsp; metronotte Andrea Barillari) e ha due figli (Alex e Fabio) arriva a Cairo Montenotte (Savona) e ha una relazione con il contabile Ettori&#nbsp; Geri, di 27 anni più grande. Lui abbandona per lei moglie e figli e investe la sua liquidazione in una galleria d’arte per lei. Dalla loro unione nasce Soraya Raffaella. Poi il ménage si allarga a Pino Giustini, arredatore, che va a vivere con loro. Diventa l’amante di Gigliola che nel 1974 lo sposa. Lui vende tutte le sue proprietà per lei e nel 1986 muore misteriosamente. Si sospetta mancata assistenza o cure sbagliate da parte di lei. Viene sostituito da Cesare Brin, proprietario di un’antica farmacia, consigliere comunale, molto ricco. Lascia moglie e figli e vorrebbe sposare Ggliola. Soraya lo odia. Cesare Brin a causa di alcune operazioni sbagliate&#nbsp; è rovinato. Scompare il 12 agosto 1987 e viene ritrovato morto in una discarica. E’ stato ucciso a martellate. Bruciato. Al processo Gigliola si difende. Non aveva moventi per uccidere Cesare Brin ormai sul lastrico. Neppure la gelosia per un suo eventuale ritorno dalla moglie, se mai era lui ad essere geloso. Non ha distrutto famiglie. Erano già rovinate e lei ha solo dato rifugio a uomini ormai soli.

Viene assolta per l’omicidio del marito Pino Giustini, a suo parere l’unico uomo che abbia mai amato, e condannata a 26 anni per l’omicidio di Cesare Brin. Secondo l’accusa lei avrebbe ucciso a martellate l’uomo e Ettore Geri l’avrebbe aiutata. Lui viene condannato a 15 anni.&#nbsp;&#nbsp;

La donna tradita può uccidere la rivale e in questo caso lo fa con premeditazione. Può minacciare l’amante solo per spaventarlo e poi essere trascinata dall’impeto del momento.&#nbsp;&#nbsp;

Rina Fort: Il 30 novembre 1946 una ventata di orrore allo stato puro attraversò l’Italia intera: la notizia di un orrendo massacro scoperto in un appartamento del civico 40 di via San Gregorio, nella zona di porta Venezia, a Milano. Una donna e i suoi tre figli – un maschietto di sette anni, una bambina di cinque e un altro piccolo di dieci mesi - erano stati trovati ammazzati a colpi di spranga: la moglie e i tre figli di Pippo Ricciardi, commerciante dagli affari incerti, di origine catanese, da qualche tempo immigrato nel capoluogo lombardo. Dall’appartamento, letteralmente a soqquadro e invaso dal sangue, mancano solo pochi gioielli. Il movente non può essere stato la rapina. E allora perché commettere un simile scempio? Perché uccidere anche tre bambini? Perché finire a sprangate un piccolino ancora sul seggiolone, ancora incapace di parlare, che non sarebbe certamente stato neppure uno scomodo testimone?In poche ore il caso è risolto: la belva di via San Gregorio è Caterina Fort, 31 anni, già commessa in un negozio del Ricciardi, da tempo sua amante. Interrogata per 18 ore la donna confessa. Poi ritratta parzialmente le sue ammissioni. Conferma di aver ucciso la moglie di Pippo Ricciardi, Franca Pappalardo, ma nega di aver infierito sui bambini. Per anni, nonostante la condanna all’ergastolo in tre gradi di giudizio, Caterina Fort, detta Rina, sosterrà la sua versione: in quella casa non era entrata da sola, ma con un fantomatico “Carmelo”, amico di Pippo Ricciardi. Dal momento che gli affari andavano male, lei e Pippo avevano deciso di inscenare una rapina, tanto per tacitare i creditori. Alla rapina doveva partecipare anche “Carmelo”. Era stato proprio “Carmelo” a drogarla con una sigaretta forse oppiata. Lei aveva perso la testa e con una spranga - che sempre “Carmelo” le aveva infilato in mano - aveva ucciso la Pappalardo. Ma i bambini no: lei, Rina Fort, non li aveva uccisi.

Fin sul letto di morte, avvenuta nel 1988, Rina Fort ha negato di aver massacrato quelle innocenti creature. La macabra storia di Rina Fort e del suo delitto colpì moltissimo l’opinione pubblica di quegli anni. Molti sottolinearono il contrasto tra il suo delitto ed un altro, avvenuto nello stesso periodo, che appassionò i lettori: quello commesso dalla contessa Pia Bellentani che assassinò l’amante. A Rina Fort fu sempre negata l’incapacità di intendere e di volere, cioè la seminfermità mentale. La stessa fu invece concessa alla Bellentani. Anche la giustizia ha sempre avuto una sua interpretazione di classe: Rina Fort era una poveraccia, la contessa, ovviamente, no!

Maria Pia Bellentani: Per dimenticare Rina Fort, la belva di via San Gregorio, ci vuole il delitto opposto e speculare di villa d’Este. In via San Gregorio l’Italia degli immigrati, dei magliari, della gente senza nome che ha cambiato città, casa, famiglia, che si è fatta largo con le unghie, con i denti nel mercato nero, nella prostituzione, nel furto, per la quale un poliziotto è un signore e il questore un dio inavvicinabile; e a villa d’Este, sul lago di Como, il luogo di ritrovo mondano della Lombardia ricca, di quel “quarto partito” di cui parla De Gasperi che porta il denaro in Svizzera, invita a cena il questore e il prefetto.&#nbsp; Non l’alta finanza e la grande industria, intendiamoci, non le grandi famiglie che hanno nella Bastogi e in altre finanziarie il luogo dei loro potere corporato, non i Pirelli, i Faina, i Marinotti, ma il “generone” comasco, gli industrialotti come Carlo Sacchi che ha sposato la ex ballerina tedesca Lilian Willinger e si è presa come amante la contessa Bellentani, moglie di un Bellentani che sarà aristocratico, ma produce salumi.&#nbsp; Offesa dalle villanie e dalle volgarità dell’amante la Bellentani aspetta, il 15 settembre 1948, una serata di gala nel fasto di villa d’Este, si avvicina al Sacchi, pronuncia poche parole e lo fulmina con una rivoltellata. La nota snobistica è data dal barone Maurizio de Rotschild che si trova per caso a un tavolo poco distante: è fra i primi a capire che c’è stato un delitto e mormora, senza muoversi: “Ah, ces italiens”.&#nbsp; C’è anche Robert Bouyerure, un francese che ha sposato la sarta Biki, della famiglia proprietaria del Corriere della Sera. Il suo infallibile istinto di classe lo fa vvicinare alla Bellentani che ha tentato di uccidersi, a prenderla per un braccio dicendole: “Andiamo madame, è chiaro che si tratta di un incidente”.&#nbsp; Non si tratta di un incidente. Ci sarà un processo, ma i cronisti del Corriere della Sera dovranno trattare con cautela e rispetto e la Corte d’Assise accetterà per buona la seminfermità mentale, la condannerà a soli dieci anni poi ridotti a sette. (Giorgio Bocca – Storia della Repubblica italiana – Rizzoli, 1981)

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Pubblicato il giovedì 06 maggio 2004 in: Donne Serial Killer

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