
Poco prima dell’alba a Medan, provincia di Sumatra del Nord, Ayodhya Prasadh Chaubey, 67 anni, è stato ucciso da un plotone di esecuzione perché reo di aver tentato di far entrare illegalmente 12 chilogrammi di eroina in Indonesia. Processato e condannato a morte nel 1995, l’uomo aveva ribadito in un’intervista alla tv privata Sctv il giorno prima di morire che le prove presentate nei suoi confronti non erano sufficienti a incolparlo. Ala vigilia dell’esecuzione l’Unione Europea aveva lanciato un appello al governo della presidente Megawati Sukarnoputri chiedendo che fosse rispettata la moratoria, mantenuta di fatto dal 2001, anno in cui furono giustiziati due uomini ritenuti colpevoli di alcuni omicidi avvenuti a Kupang, a Timor Ovest. “La Ue ritiene che la pena di morte sia una forma di punizione crudele e disumana” è scritto nella nota; “Non serve come deterrente e gli errori giudiziari diventano irreversibili”. Negli ultimi due mesi la signora Sukarnoputri ha respinto più volte la grazia nei confronti di persone accusate di narcotraffico mentre diversi tribunali del Paese hanno comminato nuove condanne alla pena capitale. Si stima che al momento siano circa una dozzina, in gran parte africani, i condannati a morte in Indonesia. “L’esecuzione non costituisce un deterrente, soprattutto quando vediamo come agiscono i nostri ufficiali di polizia corrotti in merito al problema della droga” ha dichiarato Rusdi Marpaung, direttore operativo di ‘Indonesian Human Rights Monitor’.
Redrum









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