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1° Maggio 1947: "PORTELLA della GINESTRA" - pag. 2 -

A cura di Giancarlo

Pubblicato il 26/04/2004

La Cgil proclamò per il 3 maggio lo sciopero generale - La polizia sembrò non avere dubbi nell’indicare esecutore della strage il bandito Giuliano - Il 2 maggio Scelba, chiamato a rispondere davanti all’Assemblea Costituente - Come mandanti, agrari e mafiosi e, chiamati in causa, ambenti politici della destra siciliana - La strage di Portella inaugurò la lunga teoria dei misteri di Stato - Giuliano scrisse una lettera, per rivendicare lo scopo politico della strage di Portella - Il 14 luglio 1950 il bandito venne ucciso da Gaspare Pisciotta.

La notizia dell’eccidio si diffuse rapidamente suscitando comprensibile emozione in tutta Italia. La Cgil proclamò per il 3 maggio lo sciopero generale e puntò il dito contro la “volontà dei latifondisti siciliani di soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”. Anche gli inquirenti qualche idea sulle responsabilità della strage l’avevano maturata. La polizia sembrò non avere dubbi nell’indicare quale esecutore materiale della strage il bandito Giuliano, ma fu piuttosto restìa a imboccare la strada del delitto politico. Il rapporto inviato al ministro dell’Interno, Mario Scelba, rilevava come nulla risultasse al riguardo, anche se non si poteva del tutto escludere che “l’idea di un’azione criminosa contro i partiti della sinistra” fosse stata “ispirata e rafforzata specialmente da qualche elemento isolato in strette inconfessabili relazioni col bandito Giuliano”. Complicità più precise ed estese lasciava intravedere invece il rapporto dei carabinieri al Comando generale dell’Arma, che individuò come possibili mandanti “elementi reazionari in combutta con mafia locale”. Il 2 maggio Scelba, chiamato a rispondere davanti all’Assemblea Costituente, fece subito capire quale indirizzo avrebbero preso le indagini, affermando: “Questo non è un delitto politico e non può essere un delitto politico, perché nessuna organizzazione politica potrebbe rivendicare a sé la manifestazione e la sua organizzazione”. In base a questo incredibile sillogismo e contro la chiara evidenza dei fatti la strage venne dunque fatta passare dal rappresentante del governo come un delitto comune. Giova ricordare che a quello stesso governo partecipavano socialisti e comunisti, i quali non ebbero certo remore a denunciare come mandanti agrari e mafiosi e a chiamare in causa gli ambenti politici della destra siciliana. Questa diversità di giudizio su un episodio così grave era un segnale del logoramento dei rapporti tra i partiti antifascisti e annunciava la svolta politica che si sarebbe realizzata con l’estromissione delle sinistre dal governo. L’evolversi della situazione nazionale non poteva non avere ripercussioni in Sicilia. Il blocco sociale che aveva tentato di contrastare l’avanzata del movimento contadino e delle sinistre, cavalcando l’ondata separatista e trovando temporaneo rifugio nei partiti della destra liberale, monarchica e qualunquista, si apprestava a convergere sulle posizioni neomoderate della Democrazia cristiana. Il prezzo di questa operazione fu la costruzione e il rapido consolidamento di quel sistema politico-mafioso, basato su una rete di complicità e di connivenze tra criminalità mafiosa e pezzi dello Stato. La strage di Portella inaugurò la lunga teoria dei misteri di Stato, ben protetti da muri di gomma, contro i quali erano destinati a infrangersi la ricerca della verità e la sete di giustizia. E gli ingredienti tipici della strategia della tensione: depistaggi, morti sospette e ricatti, si ritrovarono tutti nel modo in cui vennero gestite le indagini sulla strage e chiuso l’imbarazzante capitolo del banditismo siciliano. Nel 1949, sentendosi abbandonato dai suoi protettori che, in cambio dei servigi resi, gli avevano promesso l’impunità e l’espatrio, Giuliano scrisse una lettera ai giornali e alla polizia per rivendicare lo scopo politico della strage di Portella: “Non si poteva restare indifferenti davanti all’avanzata diabolica della canea rossa, la quale, allettando con insostenibili e stolte promesse i lavoratori, ha sfruttato e si è servita del loro suffragio per fare della Sicilia un piccolo congegno da servire al funzionamento della macchina sovietica”.

Il 14 luglio 1950 il bandito venne ucciso dal suo luogotenente, Gaspare Pisciotta, il quale fu a sua volta avvelenato in carcere il 9 febbraio 1954 dopo aver preannunciato clamorose rivelazioni sui mandanti della strage di Portella.

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