Per lavorare in televisione bisogna:
A cura di Luca Pappalardo
Pubblicato il 18/04/2004
ma spesso anche i preservativi - quarta parte - La TV privata si paga
Gli esempi sarebbero comunque troppi. Uno per tutti, sempre negli stessi anni, lo scandalo che colpì il più famoso “quiz” americano, in cui gli autori, come succede anche oggi, manovravano i risultati in funzione degli ascolti sotto la guida del potente sponsor della trasmissione. Episodio da cui fu poi tratto negli anni ’90 un noto film con Robert Redford intitolato Quiz show.
Il meccanismo alla base di questa strategia di comunicazione è molto semplice: il quiz come tutti i programmi serve a catturare materiale umano, che porta soldi, e quindi non si può lasciare che le cose succedano a caso.
Se si crea un personaggio strano, interessante o divertente invece di affidare tutto ad un concorrente anonimo l’interesse e la curiosità dei telespettatori aumentano, e gli ascolti decollano.
Per cui si fabbricano dei falsi concorrenti, oppure si individua tra i concorrenti veri quello che con un po’di aiuto e di lavoro da parte dello staff può diventare un personaggio particolare; dopodichè si sviluppa questo progetto, favorendo la permanenza di quel concorrente o finto concorrente e aumentando così la visibilità del programma.
Un esempio di intrattenimento manipolato, anche qui in Italia, sono molti noti quiz o "reality show": trasmissioni con cosiddetti ”campioni” di volta in volta ciechi o truccati da gatto, concorrenti che cantano le ninna nanne e così via. O anche programmi realizzati con persone provenienti dallo spettacolo ma non conosciute, spacciate per normali panettieri, operai o gente che si trova lì per caso libera di dire e fare quello che le passa per la testa; occultando sapientemente il disegno superiore e occulto della "Grande supposta" di turno, che come tutte le supposte ha bisogno di visibilità.
Visibilità che sarà garantita anche attraverso servizi televisivi oppurtunamente costruiti, pilotati e collocati in altri spazi.
Basta pensare ad articoli o servizi pseudogiornalistici spesso inspiegabili, pubblicati o messi in onda da testate, notiziari e programmi televisivi compiacenti in genere sotto il controllo dello stesso gruppo editoriale.
Perfino nei telegiornali infatti la percentuale delle notizie degne di questa definizione è sempre più bassa, e si tratta in genere di notizie manipolate in base agli interessi di chi controlla la testata. Una parte sempre maggiore dello spazio è occupata invece da quelle che in gergo vengono definite "marchette"; ovvero contributi e interventi di vario tipo realizzati con il solo scopo di pubblicizzare in maniera non evidente un prodotto, programma o personaggio a cui si è legati da interessi commerciali, con la scusa dell' informazione.
Strategia ben nota a tutti gli addetti ai lavori ma purtroppo non così bene a grande parte del pubblico, che non a caso viene manipolato costantemente senza rendersi conto di nulla.
Quando si guarda la televisione, perlomeno quella di stampo commerciale, non alcuni programmi di servizio che per fortuna sopravvivono nella TV di stato, bisogna sempre rendersi conto che molte di quelle trasmissioni televisive muovono milioni di euro, e dove si muovono milioni di euro niente avviene per caso, inevitabilmente, anche se ad esempio il programma viene definito cinicamente “reality show”.
Proprio da questo diffuso intreccio di sinergie e interessi ha tratto spunto recentemente Piero Chiambretti, una delle poche teste pensanti della televisione italiana, che ha deciso di giocare onestamente a carte scoperte intitolando il suo ultimo programma in onda su La7 proprio Markette.
E’ già un miracolo quindi che nonostante tutto questo, anche grazie al canone, la RAI riesca ancora ad assicurare una percentuale minore ma comunque ragguardevole di approfondimenti giornalistici, trasmissioni di servizio utilissime che non strizzano l’occhio a nessuno (vedi in particolare RAI 3) e perfino di varietà di qualità e ben realizzati come detto in precedenza.
C’è da dire peraltro che la favola secondo cui la TV pubblica si paga, come in qualsiasi paese democratico, e quella privata no è una balla colossale.
Il meccanismo attraverso cui la TV privata e le aziende inserzioniste si fanno finanziare dal pubblico è semplicemente più subdolo.
Tutti arrivano a comprendere infatti che la pubblicità costa, e tanto.
Le aziende che investono milioni di euro in spot rientrano di quei costi non solo attraverso la quantità di venduto, che tra l’altro non può mai essere garantita, ma soprattutto caricando i prezzi dei prodotti di turno.
Se io compro il detersivo di una marca nota non vuol dire che quel detersivo sia migliore di quello di una marca non pubblicizzata, e anzi in genere non lo è mai. Ma quel detersivo che io comprerò perché me lo ha messo in testa la pubblicità lo pagherò molto di più.
La differenza quindi è semplicemente nei metodi di pagamento:
per la televisione pubblica si va a fare un vaglia in posta una volta all’anno magari bestemmiando;
per pagare quella privata si entra in un supermercato una o più volte alla settimana e in genere la si paga molto di più, ma col sorriso sulle labbra.