
Andrea
Marliani
Note di terapia della così
detta
alopecia androgenetica
e della Calvizie
Società Italiana di Tricologia
E’ aleatorio, a tutt’oggi, pensare che una terapia medica possa
restituire la chioma ad un calvo o “rinfoltire” una
testa “spelacchiata” in maniera esteticamente apprezzabile.
Sarà perciò importante che il paziente cominci a
curarsi precocemente, quando si accorge di andare incontro a calvizie.
Nella calvizie instaurata non esiste, a tutt’oggi, alcuna terapia
medica che, per quanto raffinata, possa dare al paziente reali
vantaggi. Solo con la ridistribuzione dei capelli presenti, attuabile
con tecniche chirurgiche, si può porre un qualche rimedio
ad una calvizie già presente.
La terapia medica, presumibilmente lunga (talvolta anche decenni),
sarà seguita ed indirizzata dagli esami tricologici e cesserà
solo quando il tricogramma mostrerà normali rapporti fra
le fasi del ciclo (anagen - catagen - telogen) e l’esame dei capelli
caduti un valore di “telogen prematuri” sufficientemente
basso (< 6%). Gli esami tricologici verranno comunque ripetuti
periodicamente (ogni 6 - 12 mesi) per poter cogliere subito una
eventuale ripresa del defluvio. D’altra parte è nostra
convinzione che un defluvio androgenetico possa essere sempre
contenuto e spesso bloccato se seguito periodicamente nella sua
evoluzione e curato per tempo.
Un approccio medico razionale al defluvio androgenetico non
potrà prescindere da una terapia endocrina (intesa a ridurre
la formazione intrafollicolare di diidrotestosterone o ad ostacolarne
la captazione da parte del suo specifico recettore citosolico,
intesa cioè a limitare l’attivazione dei loci di DNA portatori
del carattere calvizie), e da una non endocrina (che consiste
nel tentare di agire sul sistema adenilciclasi - cAMP - proteina
chinasi - glicolisi e quindi sul metabolismo energetico delle
cellule della matrice del capello, i tricocheratinociti). Impostare
il trattamento della calvizie da una sola di queste due angolazioni
è sempre riduttivo e frequente causa di fallimento terapeutico.
Come abituale in dermatologia, anche la terapia del defluvio
androgenetico potrà essere effettuata per via generale
e locale.
La terapia generale dovrà mirare a correggere patologie
dermatologiche e/o squilibri endocrino-metabolici che possano
essere causa o concausa di calvizie ma è la terapia locale
il vero pilastro su cui si basa, almeno a tutt’oggi, la possibilità
di contenere o arrestare un defluvio androgenetico.
TERAPIA GENERALE
Numerosi studi hanno evidenziato come, in presenza di carenze
proteiche e vitaminiche, si abbia un effluvio anche intenso. La
mancanza di adeguate disponibilità di principi come aminoacidi,
vitamine e sali minerali costituirà quindi un ostacolo
insormontabile per la regolare crescita del capello che si presenterà
con bulbi piccoli, sottili e restringimenti medio o soprabulbari
(indicativi di un temporaneo rallentamento riproduttivo delle
cellule germinative). Le diete andranno quindi accuratamente valutate
in modo da non determinare stati carenziali. L’utilizzo di “integratori”
a base di ferro, rame, zinco, cistina ecc. appare quindi in molti
casi appropriato. Alcuni prodotti, reperibili in commercio senza
ricetta medica, contengono in genere le sostanze già accuratamente
bilanciate fra loro riducendo al minimo il rischio di sovradosaggio.
La somministrazione di aminoacidi solforati, comunemente di
CISTINA (CISTIDIL COMPRESSE), rende meno fragili i capelli malformati
e permette un miglioramento dello stato clinico nei casi di pseudo
alopecia da rottura dei capelli per fragilità. La somministrazione
di Cistina è stata proposta anche nel telogen effluvio
acuto da intossicazione e da radiazioni.
Una carenza di ZINCO è causa frequente, specie nella donna,
di telogen effluvio cronico. Senza arrivare al quadro “raro”
della dermatite enteropatica possiamo affermare che quando la
zinchemia è inferiore a 0,6 mg/L la caduta di capelli,
con l’aspetto clinico del telogen effluvio cronico, è costante!
Una carenza di zinco potrà essere causata o da apporto
alimentare insufficiente o da un difetto di assorbimento intestinale
ed è spesso accompagnata da carenza di ferro e di magnesio.
Quando cadono i capelli il riscontro di una carenza di FERRO,
anch’essa comune causa di effluvio cronico, deve far sospettare
una concomitante carenza di zinco, che sarà poi messa in
evidenza dal dosaggio del metallo nel siero. Il più delle
volte l’anamnesi mirata sulle abitudini alimentari già
permette di distinguere i casi carenziali dovuti a deficit di
introduzione di metallo da quelli dovuti a difetto di assorbimento
intestinale. La carenza di zinco verrà corretta dalla somministrazione,
a dosi adeguatamente alte, di zinco solfato (ZINCO COMPRESSE IDI
200 MG) e, nei casi non rari dovuti a deficit di assorbimento
intestinale, dovrà poi essere mantenuta costante con dosi
più basse, personalizzate ed individuate mediante misurazione
periodica dei livelli di zinchemia.
Anche un deficit di MAGNESIO (MAG DUE), se pur meno importante,
pare possa essere causa o concausa di telogen effluvio cronico.
La somministrazione contemporanea di vitamina C (CEBION COMPRESSE)
sembra migliorare l’assorbimento intestinale dello zinco e del
magnesio, come del ferro. Esistono in commercio numerosi integratori
che contengono dosi bilanciate di rame, zinco e ferro (ANAKERAL
COMPRESSE).
TERAPIA LOCALE
I farmaci usati nella terapia topica hanno la possibilità,
se liposolubili, di penetrare fino alla papilla e alla matrice
del pelo in due modi: o per capillarità seguendo inizialmente
il follicolo pilifero fino in fondo all’infundibulo (a questo
livello trovano la guaina epiteliale interna corneificata e rigida
che, fusa con la guaina epiteliale esterna, impedisce una ulteriore
penetrazione) e successivamente penetrando attraverso la ghiandola
sebacea (via transfollicolare) o passando attraverso i vari strati
epidermici e la membrana basale (via transcutanea). Le preparazioni
ad uso topico devono perciò avere buona capacità
di penetrazione, che sarà tanto più spiccata quanto
più bassa è la tensione superficiale del loro veicolo.
Un buon farmaco topico per terapia tricologica dovrà inoltre
essere dotato di scarsa possibilità di assorbimento, dovrà
cioè avere poche probabilità di entrare nella circolazione
generale in modo da non determinare effetti sistemici.
Esaminiamo ora quelle che sono le possibilità terapeutiche
attualmente a disposizione.
ESTROGENI
La terapia topica con estrogeni, un tempo completamente proscritta,
merita una riconsiderazione e una revisione (come si legge anche
sul il Giornale Italiano di Tricologia n 5 del 1998).
Gli estrogeni sono dotati di un buon assorbimento transcutaneo,
valutabile nel 10 - 14%, ed il loro uso topico ha in passato dimostrato
un effetto sistemico evidente. Pur con questa limitazione il loro
utilizzo nel defluvio androgenetico perimenopausale della donna,
tenuto conto delle controindicazioni generali all’uso di estrogeni,
appare razionale e scevro da effetti indesiderati. L’estrogeno
ideale in senso tricologico parrebbe identificato nell’estrone
solfato; questo è certamente utilizzabile dal follicolo
pilifero che è fornito di solfatasi e quindi in grado di
trasformarlo in estrone ma è, al contempo, completamente
inattivo se assorbito come tale dal circolo sistemico. Con queste
premesse l’uso topico di estrone solfato è da considerasi
accettabile anche nel maschio perché privo effetti sistemici.
La attuale difficile reperibilità sul mercato dell’estrone
solfato ci fa utilizzare gli estrogeni coniugati equini. Per la
terapia si usa una soluzione idro-alcolica (etanolo 50 - 70°)
di estrogeni coniugati allo 0,01 - 2% applicata sulla parte alta
del cuoio una volta al giorno, o a giorni alterni, nella dose
di 2 ml (= 0,4 mg di principio attivo per una soluzione allo 0,02%).
Degno di nota il fatto che mai si siano avute segnalazioni di
effetti collaterali dovuti ad azione generale degli estrogeni
coniugati e questo presumibilmente perché la soluzione
impiegata contiene principalmente estrone solfato, steroide biologicamente
inattivo e utilizzabile solo da tessuti muniti di solfatasi e
quindi in grado di desolfatarlo, come appunto il follicolo pilifero
e/o l’intestino (il che ne rende possibile la somministrazione
orale).
PROGESTERONE
Per uso locale il progesterone naturale ed i suoi derivati
17 idrossilati, si sono dimostrati capaci di inibire l’attività
5 alfa reduttasica dal 70 all’87% nei soggetti trattati (Zappalà
F. - Mauvais-Jarvis P.). Dopo applicazione epicutanea circa il
10% del progesterone somministrato supera rapidamente lo strato
cutaneo, viene concentrato nei tessuti epidermici, dermici e ghiandolari
e quindi per la massima parte metabolizzato gradualmente in derivati
inattivi a livello del complesso follicolo-pilo-sebaceo (Fayolle
J. - Mauvais-Jarvis P.). Il passaggio nel circolo sistemico (assorbimento)
è estremamente ridotto e le concentrazioni seriche dello
steroide rimangono pressoché invariate (Manfredi G. - Mauvais-Jarvis
P.).
E’ in commercio una preparazione etica di progesterone per uso
topico ma a concentrazione probabilmente troppo bassa (0,5%) (PROGESTOL
LOZIONE) per poter evidenziare appieno gli effetti terapeutici.
Possiamo trattare con soluzione topica di progesterone naturale
i pazienti di sesso maschile affetti defluvio androgenetico maschile
e selezionati per una tipica alopecia già incipiente o
per una chiara ereditarietà familiare. Il progesterone
è stato usato in passato concentrazioni variabili (sempre
più alte col passare degli anni: 0,5 1 - 1,5 - 2%) in soluzione
idro-alcolica (etanolo 60 - 70%) nella dose di 4 ml al giorno
(20 - 40 - 60 - 100 mg die). Si è notata una quasi costante
riduzione della percentuale dei telogen, tanto più significativa
quanto più alta era la concentrazione dell’ormone nella
soluzione usata.
SPIRONOLATTONE
L’uso clinico di questo farmaco ha evidenziato un’attività
antiandrogena che si esplica a livello periferico con un blocco
sui recettori del diidrotestosterone. Lo spironolattone è
quindi un potente antiandrogeno recettoriale. Nel defluvio lo
spironolattone viene da noi usato in associazione con il progesterone
in veicolo idro-alcolico (ETANOLO 80%).
CORTICOSTEROIDI
La terapia topica corticosteroidea in tricologia viene generalmente
sconsigliata dalla maggior parte degli autori. I cortisonici fluorurati
hanno provocato, con il loro uso ed abuso, danni cutanei come
atrofia, acne steroidea, dermatite periorale ecc. Riteniamo però
che la maggior parte di questi danni siano in realtà da
attribuire all’alogeno introdotto nella molecola per esaltarne
la potenza ed allungarne l’emivita e che i corticosteroidi debbano
essere attentamente rivalutati. Esaminiamo le ragioni per cui
riteniamo valido usare corticosteroidi, particolarmente l’idrocortisone
(cortisolo) nella terapia locale del defluvio androgenetico.
1) In caso di seborrea l’uso di un blando corticosteroide non
alogenato è certamente utile per controllare l’eritema
e la desquamazione oltre che per rimuovere il sebo, mettendo così
la cute in condizioni di poter ricevere meglio le altre terapie
topiche.
2) Il cortisolo facilità le attività mediate da
cAMP (Iizuka H. - Voorhees J.), probabilmente mediante un blocco
della fosfodiesterasi (Zanussi C.), forse anche attivando l’adenilciclasi,
e contribuisce così ad attivare il metabolismo energetico
del tricocheratinocita.
3) l cortisolo attiva la neoglicogenesi delle cellule della matrice
e della papilla del bulbo pilifero, analogamente a quanto avviene
nel fegato. Il glicogeno si accumula nel citoplasma cellulare
durante il telogen e viene consumato durante l’anagen (De Villez
R.L.). Il cortisolo consente quindi una produzione di glicogeno
garante della omeostasi glucidica ed energetica del capello.
4) Il cortisolo si lega debolmente ai recettori degli androgeni,
riduce l’attività enzimatica della 5 alfa reduttasi e compete,
sia pur blandamente, con il diidrotestosterone per il recettore
citosolico.
5) Il cortisolo è probabilmente capace di incrementare
i fenomeni di aromatizzazione del follicolo pilifero, analogamente
a quanto dimostrato nel tessuto adiposo (Salerno R.).
L’uso topico di cortisonici può quindi risultare vantaggioso
dato che si pone a cavallo fra le terapie endocrine e quelle intese
a modulare, attraverso il sistema adeniciclasi-cAMP, il metabolismo
energetico del bulbo pilifero.
I cortisonici risultano particolarmente utili nella terapia
degli effluvi nei quali centinaia di capelli entrano, quotidianamente
e contemporaneamente, in fase telogen (con caduta acuta e vistosa
di centinaia di capelli al giorno, tutti nella stessa fase del
ciclo vitale). Localmente, per applicazioni quotidiane, si può
usare l’idrocortisone emisuccinato all’1 - 2% in preparazione
galenica idro-alcolica 70-80% , oppure l’idrocortisone 17-butirrato
all’0,1% in alcol isopropilico 50% (LOCOIDON LOZIONE), e molte
altre preparazioni etiche. Spesso l’effluvio si stabilizza e si
arresta rapidamente, nel giro di qualche settimana, e ciò
è anche strano se si considera che il telogen è
di circa 100 giorni e che i capelli in telogen dovranno comunque
cadere. Negli effluvi più “intensi” (molte centinaia
e talvolta migliaia di capelli caduti ogni giorno) una fiala intramuscolare
di 6-metilprednisolone acetato 40 mg (DEPOMEDROL FIALE), ripetuta
ogni 7 giorni per 3 volte, fornisce spesso risultati spettacolari.
MINOXIDIL (e sostanze correlate)
Chimicamente il minoxidil è una 2,4 diamino-6-piperidino-pirimidina-3-ossido
con peso molecolare di 209,25. Attualmente è l’unica sostanza
registrata come “farmaco anti calvizie”.
Si tratta di un vasodilatatore periferico diretto, attivo per
via orale, senza interessamento dei recettori beta adrenergici
che non vengono bloccati. E’ un farmaco ad elevata attività,
con emivita media di 4,2 ore, la cui indicazione era, in origine,
il trattamento della ipertensione refrattaria alle comuni terapie.
La sua “avventura” come anti calvizie inizia nel 1979,
quando Burton e Marhall descrissero una ipertricosi interessante
la fronte, i padiglioni auricolari, le tempie, le sopracciglia
e gli avambracci di un uomo di 50 anni, iperteso, che assumeva
minoxidil al dosaggio di 15 mg/die ed ipotizzarono che una formulazione
topica del farmaco potesse stimolare la crescita locale dei capelli
nelle forme iniziali di calvizie.
Zappacosta, nel 1980, descrisse un caso di “inversione di
defluvio androgenetico” in un paziente in cura con il minoxidil.
L’assorbimento del farmaco per uso topico pare essere molto basso,
intorno all’1,4% della dose applicata (con oscillazioni da 0,3
a 4,5 %), vale a dire 0,28 mg/die, attenendosi alla posologia
consigliata di 2 ml di soluzione al 2% al giorno e in circa 4
giorni il 95% viene escreto (nella quasi totalità) attraverso
le urine.
L’efficacia del minoxidil come anti calvizie è ormai accettata.
Il farmaco sembra in grado di fermare e talvolta invertire il
progressivo miniaturizzarsi del capello, cioè l’involuzione
del pelo terminale a pelo vellus tipica del defluvio androgenetico.
Sotto quest’ottica è chiaro che il farmaco può agire
solo dove esiste un centro germinativo, non potrà quindi
mai far crescere peli sui polpastrelli o su una zona di alopecia
cicatriziale.
La valutazione dei risultati ottenuti con il minoxidil ha sofferto
di soggettività e per questo le varie casistiche parlano
di risultati positivi dal 10 al 70%. L’effetto terapeutico comincia
a manifestarsi dopo una latenza di 4 - 6 mesi. Il minoxidil combatte
il sintomo, ossia la miniaturizzazione progressiva dei capelli
ma non agisce minimamente sulle cause genetico-endocrine della
calvizie, pertanto la sua efficacia è parziale e sembra
perdurare solo finché viene applicato.
Una volta penetrato nel follicolo pilifero e nel derma il minoxidil
viene metabolizzato in solfato di minoxidil, che pare essere il
suo metabolita attivo.
L’emivita del farmaco applicato sulla cute è mediamente
di 22 ore e ciò giustifica anche la prescrizione di una
sola applicazione giornaliera.
Il minoxidil nelle formulazioni disponibili in commercio è
al 2% in soluzione alcoolica 70° (MINOXIMEN LOZIONE, REGAINE
LOZIONE) . L’impiego di concentrazioni più elevate, fino
al 5%, come riferito da alcuni studiosi americani, non ci trova
d’accordo in quanto aumenta il rischio di effetti collaterali
e, probabilmente, espone il paziente al rischio di un telogen
effluvium.
In conclusione con il minoxidil abbiamo a disposizione un’ulteriore
arma contro la calvizie, attiva sul controllo metabolico del capello.
Il minoxidil è un vero farmaco che deve essere quindi prescritto
dal medico e la sua utilità è maggiore se i soggetti
da trattare vengono preventivamente selezionati evitando inutili
rischi a chi presenta altre malattie del cuoio capelluto e inutili
spese a chi ormai è affetto da calvizie irreversibile.
Alcune sostanze chimicamente correlate col minoxidil, in particolare
il solfato di minoxidil, il dicloridrato di minoxidil, il triaminodil
(2,6 diamino-4-pirrolidino-pirimidina-1-ossido), l’aminexil (2,4
diamino-pirimidina-3-ossido) sono state proposte il terapia.
Il solfato ed il dicloridrato di minoxidil sono, a differenza
del minoxidil, solubili in acqua e questo può essere un
vantaggio quando sia utile una preparazione di soluzioni ad uso
topico con alcol basso (20 - 30%), poiché il solfato di
minoxidil, che del minoxidil è il primo metabolita cutaneo,
sembra sia il metabolita attivo, si suppone che il suo effetto
possa essere analogo. Il triaminodil è una sostanza chimicamente
molto simile al minoxidil che è stata usata il tricologia
cosmetica molto prima che il minoxidil fosse immesso in commercio.
Oggi poiché il minoxidil non può essere usato in
preparazioni cosmetiche e non può essere venduto senza
ricetta medica, l’industria cosmetica propone come alternativa
triaminodil e aminexil in alcune preparazioni per uso “tricologico”
di libera vendita. Il grave handicap di queste sostanze è
la quasi assoluta mancanza di studi convincenti e controllati
sulla loro presunta efficacia clinica.
RETINOIDI
Secondo la nostra esperienza l’utilizzo della sostanza appare
utile solo in rari casi nell’alopecia androgenetica mentre i risultati
sono migliori negli anagen effluvi, in particolar modo nell’alopecia
areata. I retinoidi devono essere utilizzati in soluzione a concentrazioni
molto basse (0,005 - 0,02%) (AIROL LOZIONE) poiché spesso
risultano irritanti.
ASSOCIAZIONI DI PIU’ PRINCIPI TERAPEUTICI NELL’ALOPECIA ANDROGENETICA
Abbiamo detto come la terapia di un defluvio in telogen (androgenetico)
debba essere impostata sotto l’aspetto endocrino e sotto l’aspetto
metabolico, è quindi razionale pensare che debba in ogni
caso essere una terapia di associazione fra più principi
terapeutici.
In base alla nostra esperienza le terapie di associazione che
uniscono uno, o più, farmaci attivi sulla via di controllo
metabolico del capello (minoxidil, xantine, solfato di zinco ecc.)
con uno, o più, farmaci in grado di agire sulla sua androgeno-estrogeno
dipendenza (progesterone, ciproterone, spironolattone, solfato
di estrone, estrogeni coniugati ecc.) danno i migliori risultati
terapeutici.
Il loro uso e la loro prescrizione è di pertinenza strettamente
specialistica.
FINASTERIDE
La finasteride è un composto 4-azasteroide sintetico
e rappresenta una nuova classe di inibitori specifici della 5
alfa reduttasi ed è un potente inibitore competitivo della
5 alfa reduttasi umana isoenzima 2 (prostatico e non follicolare)
in vitro ed in vivo.
La finasteride non ha affinità per i recettori degli androgeni.
Anche per la finasteride, come quasi per tutti gli altri antiandrogeni,
è stato subito preconizzato un uso nella terapia del defluvio
e della alopecia androgenetica.
Il farmaco, con questa nuova indicazione; è stato approvato
prima dalla F.D.A. e la specialità è entrata in
commercio nel mondo (PROPECIA COMPRESSE) alla dose di 1 mg/cpr/die.
Con questa dose le concentrazioni seriche di DHT diminuiscono
del 65% nell’arco di 24 ore dalla sommnistrazione.
L’uso orale della finasteride nel trattamento dell’alopecia androgenetica
ci lascia comunque perplessi in quanto:
1) i 4-azasteroidi non inibiscono, se non minimamente, la 5 alfa
reduttasi isoenzima 1,
2) praticamente tutti gli effetti cutanei degli ormoni sessuali
sui follicoli pilosebacei hanno la caratteristica di NON essere
dipendenti dalla quantità dell’ormone ma dalla sua presenza,
3) Gli effetti collaterali denunciati sono ovviamente correlati
alla funzione sessuale: impotenza, diminuzione della libido, diminuzione
del volume dell’eiaculato ma più frequente pare sia l’oligo-asteno-azospermia
reversibile (sempre reversibile?).
4) il tempo utile di terapia non può, nel migliore più
fortunato dei casi, essere inferiore a 10 - 15 anni, che sono
poi gli anni che la Natura ha dedicato alla riproduzione,
5) il farmaco si ritrova nell’eiaculato e non è certo che
un feto di sesso maschile non possa subire femminilizzazione nel
caso che la madre venga esposta allo sperma di un paziente in
trattamento,
6) la finasteride è teratogena negli animali ed il produttore
del farmaco avverte che le donne in stato di gravidanza o che
potrebbero esserlo non devono assumere finasteride o maneggiare
compresse rotte o sminuzzate.
PROSPETTIVE FUTURE
INIBITORI DEGLI ENZIMI DI ATTIVAZIONE DEL RECETTORE CITOSOLICO
DEL DIIDROTESTOSTERONE
Recenti ricerche sembrano aver evidenziato che il recettore
citosolico (Androgen Receptor Protein) del diidrotestosterone
(DHT), cioè la proteina vettrice che legandosi al DHT lo
attiva e trasporta nel nucleo cellulare, è presente nel
citosol cellulare sotto forma di tetramero e sotto forma di monomero.
Il tetramero non si lega all’ormone e non entra nel nucleo, è
cioè inattivo. Attivo è invece il monomero che si
lega al DHT e lo trasporta fino al DNA nucleare. I calvi hanno
nei loro follicoli una maggior quantità di recettori per
il DHT in forma di monomero (Sawaya M).
E’ stata anche evidenziata la presenza di una catena enzimatica
in grado di convertire reversibilmente il tetramero in monomero
e la presenza di una proteina regolatrice, ad effetto inibitorio
sul legame dell’ormone con il recettore citosolico. Agendo su
questa catena enzimatica si potrà sperare di impedire la
perdita dei capelli (Sawaya M).
PROSTAGLANDINA E2
Alcune osservazioni fanno ritenere che la prostaglandina E2
sia coinvolta nella attivazione della adenilciclasi a livello
del tricocheratinocita ed anzi che sia proprio la PGE2 il mediatore
fra “tropina” attivante e recettore.
Questo spiegherebbe tra l’altro la ben nota attività alopecizzante
degli inibitori della prostaglandina sintetasi.
Su questa base alcuni gruppi di studio stanno valutando l’utilità
dell’uso topico di prostaglandina PGE2 naturale o di suoi analoghi.
FATTORI DI CRESCITA ed HrGF
Nell’embrione il formarsi dei follicoli piliferi primordiali
e come la moltiplicazione delle cellule della matrice del pelo
dipende dall’azione di un mitogeno, un fattore di crescita autocrino
della famiglia dell’EGF, HrGF, prodotto dai tricocheratinociti
staminali.
Questo ci fa pensare che la più interessante prospettiva
futura nella terapia dei defluvi e delle alopecie possa essere
il ritorno all’antico.
La ricerca potrà indirizzarsi verso l’identificazione nell’unità
feto placentare o in tumori sdifferenziati e secernenti in senso
endocrino, come ora vedremo, di quei fattori di crescita (HrGF)
per ora solo ipotizzabili (le biostimoline di Filatov?) che controllano
il formarsi dei follicoli piliferi e la loro attività proliferativa.
Che questo sia possibile lo dimostra un raro quadro morboso paraneoplastico
dell’adulto, denominato “ipertricosi lanuginosa acquisita”
e caratterizzato dall’improvvisa crescita di peli lunghi, sottili
e lanuginosi che prendono il posto non solo dei peli terminali
ma anche della lanugine primaria; i peli possono raggiungere la
lunghezza di 15 cm e possono ricoprire completamente il volto
ed il resto della cute, eccetto il pene e le superfici palmoplantari;
in questi casi un cuoio capelluto calvo può presentare
una marcata e abbondante ricrescita di capelli.
A tutt’oggi, escludendo le osservazioni più lontane nel
tempo, sono stati pubblicati almeno 30 casi incontrovertibili
di ipertricosi lanuginosa acquisita. La totalità degli
Autori concorda nell’interpretare tale quadro clinico come una
sindrome paraneoplastica: le neoplasie associate riportate dalla
letteratura sono a carico della mammella, ovaio, utero, polmone,
tubo gastroenterico, pancreas, cistifellea apparato emolinfatico,
vie urinarie (Herzberg J.J. - Goodfellow A.). Pressoché
la totalità degli Autori suppone che le cellule tumorali
secernano sostanze “ormonali” non identificate che “modificano
la struttura biofisica e la funzionalità dei follicoli
piliferi” e sospettano che “la neoplasia possa produrre
una sostanza trofica non identificata, normalmente presente durante
la vita fetale, capace di contribuire allo sviluppo della lanugo
(Ikeya T.)”. L’unica alterazione bioumorale costantemente
descritta nei casi di ipertricosi lanuginosa acquisita pare essere
un notevole aumento del CEA, comune d’altra parte a numerose neoplasie
maligne.
LETTURE CONSIGLIATE
Giornale Italiano di Tricologia (G.I.Tri.®).
Jeanmougin M. “Patologia dei capelli e del cuoio capelluto”.
Edizione italiana, Cedrim, Milano, 1991.
Leigheb G. “Manuale di dermochirurgia. Ediz. Mazzucchelli,
Milano, 1990. Copyright Cilag s.p.a.
Marliani A. “La calvizie comune” Ediz. Simcre, Firenze,
1986.
Marliani A. et Al. “I capelli”: Ediz. Etruria Medica,
Firenze, 1989.
Marliani A. “Possibilità attuali di terapia medica
della calvizie comune” Ediz. Etruria Medica, Firenze, 1992.
Olsen E.A. “Alopecia androgenetica” Distribuzione The
Upjohn Company, Caponago (MI), 1990.
Rook A. “Malattie dei capelli e del cuoio capelluto”
Edizione italiana, Capozzi, Roma, 1982.
Zviak Charles. “Scienza della cura dei capelli.” Edizione
italiana, Masson, Massalengo (MI), 1987.
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