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Secondo te, chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti d'America?
A cura di Francesco
Pubblicato il 23/11/2004
La festa del Thanksgiving ha origini storiche molto antiche, che risalgono al periodo dei Pellegrini del Mayflower. Questa festa ha però anche un valore umano molto "naturale": il ringraziare Dio per quanto si è ricevuto durante tutto l'anno.
Festa annuale che ricorre il quarto giovedì di novembre. È una festa molto sentita dagli Americani, in quanto a qualsiasi religione essi appartengano, sentono il dovere di ringraziare il loro Dio per tutti i favori ricevuti durante l’anno. Più sentita del Natale, che, essendo una festività religiosa cristiana, non viene riconosciuta da altre religioni presenti nel paese. È consuetudine la riunione della famiglia attorno al tavolo di casa per consumare i piatti tipici della tradizione. Chi non ha una famiglia oppure è da solo, con la famiglia nel paese d’origine, riceve normalmente un invito da parte di amici o conoscenti.
Sappiamo che gli Americani, per ragioni di lavoro, di studio, o per motivi personali, si spostano facilmente da un punto all’altro della nazione, ma in questa occasione sentono il richiamo alla riunione coi propri cari e la vigilia della festa registra il più intenso traffico aereo di tutto l’anno.
In origine includeva anche un ringraziamento per gli indiani del Nord Est (Algonchini) che aiutarono i Pellegrini del Mayflower a sopravvivere durante il primo inverno dal loro sbarco, fornendo loro zucche, granturco e tacchini selvatici che sono diventati i piatti tradizionali.
È usanza tra alcune vecchie famiglie del New England, di posare cinque grani di granturco su ogni piatto del tavolo a ricordo dei giorni di carestia, quando le scorte erano così scarse che soltanto cinque grani venivano distribuiti ad ogni persona. I Pellegrini vollero far ricordare ai loro figli i sacrifici, la sofferenza, la vita dura che rese possibile l’insediamento nella nuova terra. Oggigiorno i cinque grani posati su ciascun piatto sono il ricordo di un eroico passato.
Riferendoci al passato, permetteteci una digressione storica. Un vuoto incolmabile separava gli Indiani d’America e i primi esploratori o coloni Europei; la barriera più ovvia (lingua) si dimostrò la meno importante. Gli Indiani vedevano gli Europei come persone magiche in possesso di bastoni di fuoco (fucili) e di enormi cani (cavalli), non comprendevano perché adorassero un Dio che prometteva la vita eterna ma che non poteva prevenire la loro morte. Gli Europei vedevano invece dei pagani seminudi che spesso praticavano sacrifici umani, torture e mutilazioni delle loro vittime. Non interessati al complesso credo religioso e alla mitologia degli Indiani, le consideravano come manifestazioni di barbaro paganesimo. L’arte richiesta nella costruzione del vasellame o dei cestini, nella scultura del legno, negli ornamenti di perline, non avevano alcun interesse per uomini alla ricerca dell’oro. Anche i principi di cooperazione tra diverse tribù, non erano visti come una sofisticata organizzazione politica, ma piuttosto come un impedimento alla divisione e alla conquista dei territori.
Gli Indiani vivevano in armonia con la natura; cacciavano, pescavano e coltivavano solo in base alle loro necessità; occasionalmente commerciavano tra loro prodotti di cui erano privi. Credevano che la terra appartenesse a Dio e fosse stata loro fornita in usufrutto. Di conseguenza, quando le tribù indiane firmarono trattati con i bianchi, pensarono di concedere ai nuovi venuti i diritti temporanei per la caccia e per la pesca. Gli Europei invece consideravano il trattato quale diritto di proprietà.
Le differenze tra le due mentalità allargò il citato vuoto incolmabile e condusse a guerre sanguinose in cui ogni gruppo accusò l’altro di rottura del trattato.