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David Jackson

Magalavallis - Lycanthrope (TVR 2005)

A cura di Paolo Carnelli

Pubblicato il 20/11/2005

Nuova avventura in ambito "new prog" per il sassofonista dei VDGG. In Lycanthrope, secondo album degli emiliani Mangalavallis, David Jackson compare infatti come ospite in due tracce.

foto intervento

Qualcuno storcerà la bocca di fronte a questa nuova apparizione di David Jackson in ambito "new prog", a un paio d’anni di distanza da quelle con i Tangent (The Music that Died Alone, edito da Inside Out nel 2003) e con Tony Pagliuca per la tournée di Re-Collage. In realtà è confortante pensare che un musicista come Jackson, che negli anni ottanta e novanta si è praticamente limitato a partecipare agli album solisti di Hammill, abbia finalmente la possibilità di mettere il suo talento al servizio di realtà musicali differenti. Perché poi noi lo sappiamo già, che in ogni posto vada, in ogni disco faccia capolino, il buon David è sempre in grado di regalare un pizzico di quella magia che ha reso unico il Generatore.


Sarebbe però ingiusto raccontare questo Lycanthrope, secondo album degli emiliani Mangalavallis, esclusivamente in una chiave Jackson-centrica: si tratta infatti di un ottimo lavoro, apertamente e dichiaratamente legato a sonorità e suggestioni del passato, certo, ma realizzato con onestà e professionalità. Un concept, come nella migliore tradizione progressive, sostenuto da un impianto testuale di notevole interesse, grazie soprattutto alla penna e alla voce di un grande artista come Bernardo Lanzetti (i più lo ricorderanno con la PFM di Chocolate Kings), tremendamente e felicemente vicino nelle intuizioni e nella tensione semantica al Peter Hammill più maturo.


Tornando al nostro David, il suo apporto è purtroppo limitato a due delle otto tracce dell’album: The Boy that Howls at the Moon e The Mask. In particolare nella seconda è possibile ascoltare più nitidamente l’operato di Jackson, che nella parte centrale del brano dà sfogo alla sua fantasia utilizzando i più disparati strumenti a fiato ("ne aveva con sé una valigia piena" ci ha raccontato ridendo il batterista dei Mangalavallis Gigi Cavalli Cocchi, che recentemente a Guastalla ha diviso il palco con Judge Smith e John Ellis) per poi lanciarsi in alcune belle svisate di flauto. Maestosa la chiusura con il sax che doppia la melodia portante del synth e si produce nei classici suoni stridenti conclusivi: ancora una volta lo spirito del Generatore è stato invocato e per noi sono brividi di piacere.


In definitiva, Lycanthrope è un album che non deluderà in particolare gli amanti del prog melodico di Genesisiana memoria, pieno di belle aperture e suggestivi tappeti di Mellotron, ma che per la sua freschezza ed energia potrebbe attirare verso una musica più complessa anche l’ascoltatore rock più comune, magari incuriosito dalla tematica del concept e dall’accattivante immagine di copertina.

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