Visto che l'arte è morta, non ho quesiti, rispondete come vi pare, tanto non interessa a nessuno!
A cura di Andros
Pubblicato il 01/12/2005
Il guadagno di un gallerista, in teoria, dovrebbe venire dalla vendita delle opere d’arte e quindi dalla percentuale, che in genere varia dal 30 al 70%, che la galleria trattiene sul prezzo dell’opera. Ma non sempre è così, sempre più spesso le gallerie si fanno pagare per il solo “affitto” dello spazio espositivo.
Qual’è il problema principale che pone una “vanity gallery”?
Se un gallerista si fa pagare dall’artista in anticipo, che venda o meno, solo per concedergli “l’onore” di esporre nella sua galleria, chi glielo fa fare poi di affannarsi per vendere le opere esposte? Nessuno.
Infatti, il punto, oltre quello etico che ha il suo bel peso, è proprio questo: le gallerie che si fanno pagare per esporre in genere non fanno NULLA per portare gente alle inaugurazioni (ovvero non mandano inviti o ne mandano pochissimi), non fanno NULLA per vendere le opere (non contattano collezionisti e magari non ne conoscono neanche). In poche parole, visto che il loro guadagno c’è già stato sull’affitto dello spazio, a loro poco importa che si venda o meno. Questo è talmente vero che alcune di queste gallerie si fanno vanto di non chiedere alcuna percentuale sul venduto! Solo perché sanno benissimo che, sia che ad esporre sia un calzolaio sia che si tratti di un novello Michelangelo, non si venderà un fico secco.
Altro problema fondamentale è che se un gallerista si fa pagare, perde tutti i diritti di fare una cernita decorosa degli artisti che espone: dal pittore del sabato (perché solo la domenica?), all’architetto che si scopre improvvisamente artista, dal pensionato annoiato allo studente fin troppo acerbo; tutti vanno bene, purché paghino. Con conseguente perdita di credibilità della galleria e di chi vi espone.
Non sempre è risaputo che tale galleria si fa pagare, perché a volte è un segreto molto ben tenuto, ma, se la cosa è risaputa, c’è anche il rischio che la galleria venga disertata, proprio perché si ritiene che in quel posto espongano cani e porci.
Spesso i critici affermano di disinteressarsi delle gallerie che fanno pagare, frequentando solo quelle che spingono gli artisti per puro amore dell'arte (mio Dio, quanto amore!); devo però dire che negli spazi cosiddetti liberi, di quei critici non ho mai visto neanche l'ombra.
Il sistema dell’arte è talmente contorto però, che una lancia a favore delle gallerie a pagamento, sono costretto a spezzarla (anche se preferirei piantarla nel corpo di un critico d’arte). Spesso, e devo dire purtroppo, queste gallerie rappresentano L’UNICA possibilità per un giovane artista per iniziare ad esporre e capire cosa significa fare una mostra; questo perché nessuna galleria che vive sulle vendite rischia su un giovane che probabilmente non venderà perché sconosciuto. È vero anche che di spazi gratuiti a disposizione ce ne sono (pochi, ma ci sono), ma non sempre sono così limpidi nelle scelte e a volte falliscono nel volgere di una stagione.
Certo, nessuna legge dice che un artista debba esporre a tutti i costi; eppure, credo che esporre, affrontare un pubblico che può amare o odiare quello che si propone, sia di fondamentale importanza, per la crescita artistica e personale di un artista.
A cura di Andros
Gallerie d'arte, vizi privati e pubbliche virtù